“Black to the Future” è il nuovo album sulla mitica etichetta Impulse! di Sons of Kemet il gruppo formato da Shabaka Hutchings, Oren Marshall, Seb Rochford e Tom Skinner.
La formazione è assolutamente originale e utilizza due batteristi-percussionisti, un basso tuba e Shabaka Hutchings al sassofono e al clarinetto.

Il loro penultimo lavoro “Your Queen Is a Reptile” del 2018, dai toni fortemente politici, ha ottenuto vasti consensi fra la critica internazionale.

Shabaka Hutchings è fra i personaggi più attivi della nuova scena del jazz britannico, fa parte dell’ottimo trio The Comet Is Coming, autore di un altro osannato album nel 2018 l’ottimo “Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery” e del gruppo Shabaka And The Ancestors in cui collabora con musicisti jazz sudafricani.

Nato a Londra ma trasferitosi di Birmingham è figlio di immigrati dalle Barbados ha ormai alle spalle numerose collaborazioni come Sun Ra Arkestra, Floating Points e Heliocentrics.

Questo “Black to the Future” rappresenta la conferma della solidità della costruzione musicale intrapresa dai Sons of Kemet, è stato scritto dopo l’uccisione di George Floyd ed è impregnato dell’atmosfera militante del “Black Lives Matter”.

Il connubio ritmico fra i batteristi e le linee del basso tuba genera solidi grooves di impronta afro-caraibica influenzati anche dalle figurazioni ritmiche dell’elettronica.

L’approccio è sostanzialmente incentrato sul portamento ritmico, Shabaka Hutchings evita inutili solismi di marca jazzistica e si concentra sulle tessiture ritmiche e sui temi, il tutto in un’atmosfera quasi “arkestriana”.

Per le sue caratteristiche formali quella dei Sons of Kemet è fondamentalmente una musica di contaminazione di cui il jazz è solo una componente ma il loro suono è radicato nell’afro-beat, nella musica dei carnevali caraibici, nell’hip-hop e nei garage rave londinesi, si tratta di un evidente tentativo di fondere diverse componenti culturali della diaspora africana.

Il perno del lavoro è infatti tutto concentrato nelle tessiture ritmiche realizzate anche in sovraincisione dai fiati utilizzati con intenzioni quasi percussive.

L’album inizia con “Field Negus” un momento organizzato di jazz su un reading del poeta britannico-nigeriano Joshua Idehen, già presente nell’album precedente “Your Queen Is a Reptile”, che duetta con il tenor sassofonista Steve Williamson.

Black to the Future, i brani del disco

“Pick Up Your Burning” parte con la fisicità energetica incalzante dei ritmi africaneggianti scanditi dalle percussioni e dagli intrecci di sassofoni sui quali entrano il canto del rapper Moor Mother e del pianista di Chicago Angel Bat Dawid.

“Think of Home” è un brano dal ritmo calypso-caraibico, i clarinetti in sezione eseguono un tema dal sapore centroamericano, le linee melodiche si armonizzano e si rispondono, solo Shabaka Hutchings si addentra in un breve solo.

L’approccio all’esecuzione è diretto e primordiale e accentua la ballabilità dei ritmi come sull’incalzante “Hustle”, un brano afrobeat sul quale declama il rapper britannico Kojey Radical.

Su “For the Culture” compaiono anche D Double E alla voce, Ife Ogunjobi alla tromba, Nathaniel Cross al trombone, Kassie Kinoshi al sassofono contralto, una ricca tessitura percussiva effettuata da una sezione di fiati.

“To Never Forget the Source” è sorretto da un contrappunto ritmico intrecciato fra fiati su un ritmo caribico con un tema di sassofono circolare mentre “In Remembrance of Those Fallen” sembra un brano afro-techno sul quale c’è un tema jazz latin e dove Shabaka Hutchings si lascia andare ad un lirico assolo di sassofono .

“Let the Circle Be Unbroken” è un altro brano strumentale su un andamento da danza caraibica mentre “Envision Yourself Levitating” si apre con andamento ritmico leggero sul solo di sassofono tenore di Kebbi Williams.

“Throughout the Madness, Stay Strong” ha inizio sulle percussioni con un andamento decisamente africano si sviluppa su una essenziale, ma efficacissima, linea di basso tuba sulla quale si muove il sassofono di Shabaka

L’astratto e drammatico brano di chiusura “Black“ vede ancora la presenza “incazzosa” di Joshua Idehen, ancora una volta il testo è molto politico e identitario “Questo dolore nero è danza/ Questa lode nera è danza/ Questa lotta nera è danza”.

Il disco dei Sons of Kemet è un appello alla danza ma anche una riflessione militante e torna alla radice sonora afroamericana e anglo-africana.

C’è una chiarezza di scrittura e di impostazione formale che dimostra un’estrema lucidità compositiva, Shabaka riscrive i modelli impostati dalla tradizione militante del jazz, come l’Art Ensemble di Chicago o Sun Ra, rivedendo l’approccio solistico dei fiati sviluppatosi nel jazz, verso una visione che si ispira all’uso ritmico degli ottoni nei carnevali caraibici.

Un ritorno ad un passato che permette a Shabaka Hutchings di ridefinire il linguaggio delle ensemble fiatistiche alla luce di nuovi parametri estetici pur restando in contatto con il patrimonio sviluppato dal jazz si avventura in nuove direzioni, legate all’universo della danza e del movimento, contaminandosi con le forme più recenti di popular music di radice africana.

Sicuramente uno dei migliori dischi dell’anno che sottraendosi alle forme e alle tendenze delle mode o all’immobilità delle tradizioni consolidate si incasella fra le nuove direzioni sonore.

Sons of Kemet

https://sonsofkemet.lnk.to/BlackToTheFuture

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