Sara Parkman – Aster atlas, la recensione del disco
Con il nuovo quarto album solista di Sara Parkman, “Aster atlas”, la polistrumentista e compositrice svedese compie un salto qualitativo che ridefinisce i confini della musica etnica nordeuropea, trascinandola in un ecosistema sonoro dove convivono post-rock “cinematic”, “drone” ancestrale, Goth ed elettronica di matrice industrial.
Il fulcro tematico del disco di Sara Parkman – Aster atlas, ruota attorno al concetto latino di ora et labora (preghiera e lavoro), mediato dalla metafora del giardino inteso come hortus conclusus medievale. Parkman ha strutturato l’album dividendo idealmente lo spazio in tre giardini concettuali: il monastero (il sacro, i canti corali), la fattoria (il folk pastorale delle malghe) e un Eden sintetico e futuribile.
A deviare e arricchire questa traiettoria è stata la transizione personale della maternità e della gravidanza, vissuta dall’artista come un’esperienza biologica viscerale, a tratti persino perturbante. Il risultato è un’opera dominata dalla coesistenza di opposti: la nascita e il deperimento, la terra vergine e il mondo digitale.
Dal punto di vista dello stile musicale, “Aster atlas” rifiuta la linearità pop per abbracciare strutture anomale e percorsi dinamici mutuati dal post-rock e dalla musica sacra.
La gestione dei volumi e dello spessore sonoro è precisa. Prendiamo la traccia d’apertura, “Bära mörker”: inizia saturando lo spazio con “drone ambient” statico e vocalità a fior di labbro dal sapore incantatorio, per poi subire una transizione timbrica spiazzante, risolvendosi in un insieme di voci acutissime e irreali.
In “Svarta tråden” (Il filo nero), il violino tradizionale svedese e il fingerpicking acustico, dialogano con frequenze sub-bass di matrice elettronica gotica. La voce della Parkman si muove su registri quasi operistici prima di sfociare in una sezione liturgica polifonica, espandendo lo spettro sonoro fino a livelli di magniloquenza orchestrale.
Il vertice dell’ibridazione stilistica si tocca in “Paradiset” (in collaborazione con Tuva Syvertsen). Qui lo sfregamento aspro dell’archetto sul violino folk si scontra con pattern ritmici processati e beat analitici ed oscuri, quasi techno. È un sabba rurale che unisce l’estasi della pista da ballo alla solennità della liturgia funebre.
L’uso della voce attinge direttamente alla Tradizione Secolare dal kulning, l’antico canto di richiamo dei pastori scandinavi, caratterizzato da note acute e penetranti nate per viaggiare tra le valli. L’unico brano interamente strumentale, “Dickapolskan“, omaggia questa purezza filologica.
La forte impronta liturgica del disco evoca le composizioni medievali di Ildegarda di Bingen, ma anche il minimalismo sacro novecentesco di Arvo Pärt. Brani come “In manus tuas pater” utilizzano il linguaggio della devozione per indagare la fragilità della carne.
Nelle suite più lunghe come “Salomos vishet” (quasi sei minuti), la progressione di tensione e i repentini vuoti acustici, guardano direttamente ai Godspeed You! Black Emperor o ai paesaggi desolati dei Sigur Rós, mentre l’uso dei bassi richiama l’isolazionismo dei Sunn O))).
“Aster atlas” è un disco coraggioso, intimo, istintivo. Sara Parkman è riuscita a modernizzare il patrimonio tradizionale scandinavo senza igienizzarlo, mantenendo intatto quel senso di selvatico, di sacro e di oscuro che la world music da esportazione spesso cancella.
Se amate i territori di confine dove il genere umano incontra la terra e la macchina, questo è il vostro disco dell’anno.
P.F.
Sara Parkman – Aster atlas – Ascolta in qualità CD
Sara Parkman – Aster atlas Tracklist
- Bära mörker
- Svarta tråden
- Paradiset feat. Tuva Syvertsen
- In manus tuas pater
- Salomos vishet
- Odlaren
- Tre hjärtan
- Salikons rosor
- Dickapolskan e. Einar Britt
- Ora et Labora





