Holy Fuck – Event Beat recensione e riflessioni
Se il panorama elettronico contemporaneo tende spesso a una levigatezza asettica, Event Beat si pone come un manifesto di resistenza culturale. Gli Holy Fuck costruiscono palinsesti sonori dove l’errore tecnico e l’interferenza diventano i veri protagonisti del racconto musicale.
Gli Holy Fuck sono da sempre un’anomalia meravigliosa nel panorama canadese: una band che suona musica elettronica senza computer, usando sintetizzatori giocattolo, pedali analogici e una buona dose di sound analogico.
Con Event Beat, il collettivo di Toronto sembra aver trovato una nuova chiave di lettura per il caos organizzato.
La struttura dei pezzi in questo lavoro segue una logica poco lineare, quasi strisciante. Ogni traccia sembra espandersi orizzontalmente attraverso la ripetizione ossessiva, tipica del minimalismo di matrice radicale, per poi esplodere in verticalità iper acustiche.
Nel disco degli Holy Fuck – Event Beat c’è qualcosa di profondamente fisico nel modo in cui gli Holy Fuck approcciano la composizione. Se molti loro colleghi si rifugiano nella perfezione millimetrica del software, Event Beat si muove su binari diversi. Qui la struttura non è una griglia preimpostata, ma un’architettura frattale: piccoli nuclei ritmici che si rigenerano e mutano per accumulo, creando un fronte sonoro che ricorda più l’espressionismo astratto che la dance canonica.
L’album trasuda una conoscenza enciclopedica del Krautrock più spigoloso (penso ai Can di Tago Mago), ma lo mastica attraverso una lente Post-Punk urbana. C’è una fascinazione per la stasi dinamica. Le fondamenta dei brani poggiano su pedali di nota lunghissimi, tipici del drone-doom, sui quali però vengono innestate ritmiche nervose e sincopate di chiara derivazione No Wave newyorkese.
La band usa la distorsione come elemento strutturale. Le frequenze medie vengono compresse fino a creare un cluster sonoro che ricorda le sperimentazioni di Glenn Branca, applicate però a una ritmicità serrata, quasi marziale.
I brani rifuggono la forma canzone classica “strofa-ritornello”. Si basano su incastri coordinati, dove ogni strumento entra in punta di piedi per poi diventare un pilastro portante di un muro di suono che non crolla mai, ma vibra costantemente.
Nel disco degli Holy Fuck – Event Beat , c’è un richiamo fortissimo al Noise Rock degli anni ’90, depurato però dalla rabbia nichilista e infuso di una psichedelia lucida, quasi matematica. È un esercizio di massimalismo analogico.
Ascoltando l’album degli Holy Fuck – Event Beat, balzano alla mente le installazioni sonore di Jean Tinguely, e la filosofia del “Manifesto del nuovo realismo”: macchine complesse, rumorose, apparentemente instabili ma dotate di una logica interna ferrea. Musicalmente, il debito verso il Minimalismo di Steve Reich è evidente nel modo in cui utilizzano lo sfasamento ritmico (phasing) per creare ipnosi senza mai risultare monotoni.
La scrittura in questo disco è fenomenologica. I testi sono un’istantanea sul rapporto tra l’individuo e la saturazione informativa dell’era moderna. Le parole sono trattate come oggetti trovati (dadaismo puro), frammenti di conversazioni o slogan pubblicitari che galleggiano su un mare di distorsione. È una poetica della disconnessione, un diario di bordo scritto da chi osserva il mondo attraverso un segnale radio disturbato.
L’improvvisazione Jazz è l’attitudine al rischio e nell’interazione istantanea tra i musicisti, e alcune trame melodiche sembrano rubate ai primi Cocteau Twins, ma passate attraverso un amplificatore valvolare in fiamme: non a caso c’è un’attenzione quasi ossessiva per la timbrica del suono, per il ronzio che sta dietro alla nota, tipica di chi ha studiato i pionieri dell’elettronica primitiva.
L’approccio collettivo ricorda l’interplay delle formazioni di fine anni ’60 di Miles Davis (Bitches Brew su tutti), per quella capacità di mantenere una tensione costante senza mai risolvere completamente la frase musicale.
C’è una fascinazione per la stasi dinamica, e per i processi evolutivi. Le fondamenta dei brani poggiano su pedali di nota lunghissimi, tipici del drone-doom, sui quali però vengono innestate ritmiche nervose e sincopate di chiara derivazione No Wave newyorkese. Sebbene filtrati da un’oscura nebbia elettronica, alcuni groove mantengono una sinuosità “nera”, un’elasticità del basso che impedisce al disco di diventare un freddo esercizio di stile industrial.
L’album riesce nell’impresa di cristallizzare un estetica della persistenza: un flusso magmatico che, pur lambendo i confini del Drone e dell’esplorazione d’avanguardia, non smarrisce mai una propria, ferocissima, coerenza strutturale.
Attraverso una narrazione che privilegia l’oggettività del suono alla retorica del sentimento, gli Holy Fuck consegnano un disco che è, al contempo, un monumento alla materia sonora e un presagio di ciò che la musica può ancora diventare quando decide di smettere di assecondare l’algoritmo per tornare a sporcarsi le mani con la realtà dei circuiti. Event Beat resta lì, come un monolite vibrante: una collisione necessaria tra l’ancestrale battito del cuore e il ronzio incessante della modernità.
In sostanza l’album degli Holy Fuck – Event Beat è una sorta di ecosistema sonoro autarchico, dove la convergenza tra la rigidità del Krautrock e l’astrazione del Noise genera una nuova forma di classicismo elettrico.
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