Del turbinìo delle riedizioni e ristampe che affligge ormai i grandi autori del rock “storico” non fanno eccezione i The Beatles con la ristampa di “Let It Be”, già oggetto sia di remix digitali nel 2009 che di raccolte antologiche di inediti e rarità (le famose The Beatles Anthology pubblicate fra il 1995 e il 2000).

Ma la nuova edizione “anniversario”, come quella appena uscita per “Let It Be”, nella versione estesa propongono materiali inediti, per lo meno ufficialmente, che consentono agli appassionati una ricostruzione storica, filologicamente completa, del contesto nel quale quel materiale è stato realizzato.

Di Alex “Amptek” Marenga.

La storia di Let It Be.

“Let It Be” è un album controverso di cui esiste una quantità sterminata di materiale inedito, anche solo abbozzato in studio, anche a causa delle riprese cinematografiche dirette da Michael Lindsay-Hogg e che vennero realizzare per documentare il lavoro dei Beatles in studio che solo parzialmente finirono nel montaggio, vincitore di 1 Oscar, che poi venne distribuito nel 1970.

Il cofanetto esce mentre Disney Channel si appresta a diffondere un’ulteriore selezione di quel materiale filmico in tre documentari, intitolati “The Beatles: Get Back”, per un totale di 6 ore rimontati da Peter Jackson.

Nel film del 1970 traspariva il nervosismo che serpeggiava fra i membri del gruppo ormai prossimi alla separazione e documentava, in parte, il famoso concerto sul tetto della Apple Corps a Londra (il Rooftop Concert).

Ma le maggiori controversie hanno riguardato il mix finale delle registrazioni che venne affidato, su volere di John Lennon, a Phil Spector, il mitico produttore del “Wall of Sound”.
Le sessioni di “Let It Be” partivano dalla volontà di Paul McCartney di realizzare un album in diretta nell’intento di recuperare la freschezza “live” dei primi Beatles dopo anni di album fatti in sovraincisione e con vari montaggi successivi.
Queste sessions “live in studio” vennero realizzate a partire dal gennaio 1969 negli studi Twickenham Film.

Estate 1969, i The Beatles in studio.

Nell’estate del 1969 i Beatles rientrarono negli studi EMI per registrare “Abbey Road” e l’operazione “Let It Be”, che avrebbe dovuto chiamarsi originariamente invece “Get Back”, venne completata successivamente e in modo disordinato anche a causa dei dissidi fra i membri del gruppo.

Phil Spector mixò la versione pubblicata sul disco aggiungendo parti di archi e di cori, in piena coerenza con la sua visione sonora, nella quale le armonie dovevano essere rafforzate da muri di suono o comunque da importanti contributi orchestrali “impastati” con il resto degli strumenti e che vennero aggiunti in modo rilevante in particolare nelle “ballad” (“The Long and Winding Road”, “Across the Universe” etc).

Queste scelte scatenarono, nel corso degli anni, una polemica contraddittoria con Paul McCartney che se da un lato reclamava un mix autenticamente live di quei brani dall’altro, nei suoi concerti, continuava ad utilizzare l’arrangiamento di Spector su “The Long and Winding Road”.

Nel 2003 McCartney ottenne un remix senza sovra incisioni dei brani del disco con il titolo “Let It Be…Naked” recuperando anche “Don’t Let me Down” scartata da Phil Spector nell’incolonnamento originale (usata come lato B del singolo “Get Back”) e successivamente nel 2009, nell’ambito del remix digitale dell’opera completa del gruppo il disco mixato da Spector trovò una nuova edizione.

Quei remix digitali recuperavano sfumature ed elementi che nei missati degli anni ‘60 erano spesso poco percepibili ma lasciarono, in parte, anche perplessi gli appassionati perché, in parte, si perdeva il gusto estetico del suono che aveva caratterizzato gli anni ’60 malgrado fosse frutto di limitazioni tecniche.

Il remix di Let It Be.

Questa operazione maneggiata dal figlio di George Martin, Giles, e da Sam Okell se da un lato accentua questo problema attualizzando ancora di più i mix dall’altro rinnova ulteriormente in freschezza brani di grande valore artistico.
Dal punto di vista delle scelte di missaggio queste versioni mettono in maggiore risalto la sezione ritmica e rendono nitidi e percettibili minimi dettagli esecutivi prima impastati nel mix.

Questa maggiore presenza di basso-batteria rende indubbiamente più attuali gli ascolti dei brani ma forse li allontana dall’approccio sonoro originario. E’ una contraddizione irrisolvibile che però non fa perdere interesse attorno a queste operazioni, specie se riguardano materiali realizzati in epoche in cui le tecniche di registrazione non erano avanzate come quelle attuali.

La storia di “Let It Be” ebbe ulteriori sfaccettature discografiche.

Le ore di registrazione di colloqui fra i membri della band e takes anche incomplete di brani che non vennero inclusi nel disco, alcuni finirono nei dischi successivi solistici dei membri del gruppo, altri ancora direttamente negli scarti, generò nel corso dei vari decenni una proliferazione impressionante di bootleg che questo cofanetto, anche nella versione Super Deluxe, non riesce sicuramente a contrastare.
Ma veniamo a cosa contiene il box.

C’è ovviamente il contraddittorio mix di Phil Spector i cui overdubs restano ampliamente percettibili.

Nel remaster, infatti, restano ben chiari questi archi e cori inseriti in brani in cui, forse, se ne sarebbe potuto fare a meno come “I Me Mine”.
Ma la limpidezza del mix e la maggiore evidenza, mai troppo intrusiva, del basso e della batteria danno a tutto il materiale maggiore movimento ritmico malgrado la tendenza di Spector a restringere la stereofonia per alimentare il suo “Wall of Sound”.

Nel secondo e terzo dei dischi proposti da Martin ci sono un po’ di outakes di varia natura con la presenza di dialoghi fra i membri della band e la regia. Ci sono bozze di brani usciti successivamente come “Something”, “Oh Darling”, “Octopus’s Garden” e altri ancora che ci permettono di inquadrare meglio la genesi dell’album “Abbey Road”.

Vi sono accenni e prove anche di canzoni quali “Gimme Some Thruth” (poi pubblicata su “Imagine”), “All Things Must Pass” (title track del capolavoro solista di George Harrison) che danno la misura di quale potenziale avrebbe potuto avere la band se fosse rimasta coesa o jam inedite come la magnifica “Without a Song” interpretata da Billy Preston.

The Beatlers – I Glyn Jones Mix

Dal 4 disco in poi escono fuori delle vere e proprie “perle” ovvero i mix realizzati da Glyn Johns, il tecnico del suono dei Beatles. Il lavoro originario di Johns fu complicato e controverso.

Dopo aver lavorato su alcuni primi mix grezzi di diverse canzoni, fece fare un primo acetato (10 marzo 1969) per ottenere un parere dal gruppo. Questa versione in acetato era soltanto di prova del lavoro effettuato. Dopo alcuni giorni Johns realizzò un secondo demo in acetato composto in prevalenza di vecchi successi rock ‘n roll presi oltre a diverse takes di “Let it Be” e di “I’ve got a feeling”.

John lavorò sui nastri inserendo volutamente spezzoni di prove, frammenti di canzoni e chiacchiere in studio per migliorare l’atmosfera informale e da “live sessions” delle registrazioni, e il 28 maggio produsse quella che considerava la versione finita, ma dovette successivamente ritornare in studio a registrare degli ulteriori takes di “I Me Mine” e “Across the Universe”.

Nel gennaio 1970, Johns completò la sua versione finale dell’album “Get Back”.
Nel marzo del 1970 John Lennon invitò Phil Spector a mettere le mani al materiale e conosciamo con quale risultato. Quella che troviamo nel box è quella contenuta nell’acetato del 28 maggio, un documento eccezionale fino ad oggi presente solo in versione pirata.

C’è da fare una serie di considerazioni in merito a questa versione.

La prima è di ordine tecnico, i mix sono più aperti e cristallini, vi è maggiore spazialità stereofonica anche nei pezzi della batteria e nella disposizione dei suoni.
Le versioni di Spector sono più chiuse e mediose rispetto al sound di quelle di Johns che in certi brani superano enormemente le versioni “ufficiali”.

C’è un reverbero misurato sulle voci che in brani come “The Long and Winding Road” o “Across the Universe” rende inutili i pasticci di archi di Spector. Il mix di “Across the Universe” rappresenta una delle migliori versioni di questo brano.
Johns era riuscito a valorizzare timbricamente le esecuzioni senza ricorrere a sovraincisioni e aggiunte.

La seconda considerazione è di ordine estetico e riguarda la scelta dei takes che nel caso di Spector sono, in alcuni casi, più precisi e con meno sbavature.
Spector tende a far suonare il tutto come un normale disco in studio arrangiato e prodotto mentre Johns, per mantenere la freschezza live, sceglie versioni che danno l’impressione di una prova, questo probabilmente spinse Lennon ad affidare a un produttore collaudato come Spector il compito da dare forma al materiale.

Questa sensazione non riguarda ovviamente tutto il materiale di Johns ma soltanto una parte ma calandosi nella percezione che si poteva avere negli anni ’60 di un’operazione del genere, si percepisce un senso di “precarietà” del disco.
Dopo lavori coesi, definiti nel dettaglio, omogenei al livello sonoro come “Sgt. Pepper” o “Abbey Road” questo mix di “Get Back” poteva facilmente apparire come troppo “instabile” e impreciso.

Alle orecchie odierne, da un alto forse abituate all’ascolto delle varie versioni di “Let it Be” e dall’altro reduce dell’ascolto delle migliaia di dischi realizzati live con le soluzioni più varie dalla miriade di artisti rock nati nel frattempo, “Get Back” assume una freschezza immediata che mancava alla produzione dei Beatles.

Dopo la perfezione e la cura maniacale che caratterizzava i loro lavori in studio che forse solo nel “White Album” avevano cercato di sabotare, “Get Back” sarebbe stato un disco fuori dagli schemi, apparentemente imperfetto.

A chiusura del cofanetto vi è un 5 disco con i due takes aggiuntivi di Glyn Johns e il singolo Get Back/Don’t Let me down.

L’operazione discografica.

L’operazione discografica, a parte il materiale editoriale che viene proposto a completamento dei dischi, ha un valore storico e artistico inequivocabile per gli amanti dei Fab Four e la riesumazione di “Get Back” costituisce un forte elemento di interesse e di rivalutazione di questi brani.

L’unica mancanza rilevante è l’assenza di una versione completa del “Rooftop Concert”, l’ultimo live dei Beatles realizzato il 30 gennaio del 1969 sul tetto della Apple Corps al 3 Savile Row a Londra, e che resterà, almeno per ora, appannaggio dei possessori dei bootleg usciti negli anni.

Link utili.

James Bond e The Beatles

The Beatles incisione a 8 tracce.

Official site.