È molto difficile parlare di Sign, nuovo disco degli Autechre, siamo davanti a un progetto che ha attraversato varie fasi, con dei cambi di direzione scanditi dall’adozione di metodi di lavoro e idee sperimentali sempre più radicali e criptiche.

Da anni Rob Brown e Sean Booth generano i loro labirinti sonori asimmetrici attraverso l’uso di righe di codice su MAX, un linguaggio di programmazione ideato per il multimedia utilizzabile in sinergia con Ableton Live, che permette di ideare il suono e di ordinarlo senza i vincoli tradizionali degli strumenti musicali sfruttando anche algoritmi di composizione matematica.

Questo ha dato luogo a una serie di dischi sperimentali incentrati sulla dissoluzione del groove e degli stessi timbri che ha dato una spallata ai canoni formali della popular music elettronica, divenendo pura ideazione sonora.

La musica degli Autechre

La musica degli Autechre si è sempre più svincolata dalla necessità di mediare con l’intonazione dei suoni e con la regolarità dei ritmi, concentrandosi sulle possibilità che ha il digitale di creare nuova connessioni fra composizione e programmazione software.

Ma volenti o nolenti quello di Autechre è un percorso unico e originale, impermeabile alle tentazioni commerciali e agli ammiccamenti del mercato, e dopo due operazioni monumentali “Elseq 1-5” (2016) e “NTS Sessions 1-4”(2018), un live di intricate sperimentazioni, tornano con un album in “studio”.

La tendenza ad atmosfere più rilassate, mettendo da parte i micidiali grooves irregolari e algoritmici era già stata ampliamente mostrata nelle “NTS Sessions 4”, ma su “Sign” diventa imperante.

Laddove su “NTS Sessions” le sperimentazioni si inoltravano in brani interminabili in cui le forme si dissolvevano in un flusso sonoro inclassificabile su “Sign” le tracce, che sono ben 11, hanno durate delimitate ma in realtà sembrano spesso non avere nessuna struttura.

Una delle maggiori “carenze”, ma anche punto di forza, degli Autechre (e di vari altri autori dell’era tecnologica) è nella scarsa padronanza delle armonie “tradizionali” della musica occidentale che li ha indotti a concentrarsi nella scrittura ritmico-timbrica e nella ricerca sonora.

Venendo a mancare su “Sign” proprio l’elemento ritmico il disco sembra essere un esperimento non sempre riuscitissimo e concludente, in certi momenti sembra proporre schemi che non sempre riescono a definire un brano compiuto, e sembra mancare proprio l’aspetto generativo e algoritmico applicato alle sequenze melodiche, armoniche o per le meno timbriche.

Autechre – Sign, il disco

Il disco si apre con “M4 Lema” un brano di 8.49 che inizia immediatamente con rumori digitali irregolari, un non-ritmo annaspante di timbri disarticolati, poi entra un’armonia sospesa, una serie di accordi eseguiti da un suono di pad.

Il brano si sviluppa attorno a questa dicotomia gli accordi astratti di pad, da un lato, e dall’altro un ritmo asimmetrico che sembra mai prendere forma, ma comunque l’intreccio funziona e il brano ha un suo sviluppo nella sua perpetua irregolarità.

“F7” si incentra su una sequenza di accordi scanditi da un synth basso e un arpeggiatore impazzito che esegue una trama di note continuamente modulate timbricamente. Il brano si sviluppa attorno alle modifiche sempre radicali delle note arpeggiate che si dissolvono lasciando la line armonica da sola. Completamente assenti suoni ritmici.

“si00” ha una struttura simile, ovvero una sequenza di accordi, stavolta sottolineati da una tonica eseguita da un synth con un’onda quadra, mentre un arpeggio un po’ sbilenco accentato sui quarti del tempo esegue una specie di melodia casuale.
Entra poi un synth basso che marca la sequenza armonica, anche qui sembra che le variazioni sugli eventi siano lasciati all’arbitrio della macchina, sembra mancare un vero sviluppo.

“Esc desc” si basa sempre sul medesimo schema, una linea di basso sulla quale si muovono sequenze di note randomiche di simil-arpeggiatore fortemente modulate, stavolta con un lungo release che crea un impasto fra i diversi suoni.

“Au14” inizia su una ritmica irregolare scandita da campioni e rumori casuali, uno dei synth scandisce un’armonia sul primo quarto ogni due misure mentre un secondo timbro “melodico” sottoposto a una deformazione oscillante esegue una linea ciclica sugli accordi. La presenza della ritmica rende il brano più solido e coerente.

“Metaz form8” è un brano ambientale, anche se dal sound un po’ ruvido. Una lenta sequenza di accordi scanditi da un tappeto modulato e da un suono medio di keys. Il brano ha il suo fascino ipnotico grazie a una sequenza armonica azzeccata che evoca gli immaginari sonori di Carpenter o di Vangelis e si sviluppa attorno alla lenta sottrazione di suoni e alla manipolazione del timbro di tappeto.

sch.mefd 2

“sch.mefd 2” si basa su una figurazione ritmica e una successione armonica che viene rappresentata da un synth basso e da un groviglio deformato di note di synth. La ritmica è abbastanza ciclica e regolare e il brano è completamente incentrato sulla modulazione timbrica dei synth.

“gr4” si basa su un arpeggio di synth basso che espone un giro armonico e un intrico di note a lunga release impastate timbricamente, anche qui la formula utilizzate per governare gli sviluppi armonici è la stessa, tutto si fonda sulla deriva timbrica dei suoni e su un movimento armonico-melodico minimalista.

“th red a” si sviluppa attorno a una sequenza armonica esposta da un pad ruvido, si aggiunge un secondo suono di synth estremamente deformato che espone una linea che si somma agli accordi. Le continue deformazioni timbriche di questo sintetizzatore sono gli sviluppi formali presenti nel brano.

“Psim AM” è un ennesimo brano immobile, basato su una sequenza armonica abbastanza elementare, e un lento pulsare di cassa. Delle lente modulazioni sui suoni del tappeto sono gli unici eventi che sviluppano il brano.

“r catz” che chiude il disco è uno dei suoi momenti migliori. Inizia su una sequenza di accordi astratti eseguita da un pad e rafforzata da una linea di basso, Il brano poi cresce in solennità e in dinamica, e prende un’atmosfera quasi carpenteriana.

Poi la sequenza si fa più liquida e interviene un suono di keys a sottolineare una linea minimale melodica più alta mentre il suono del pad viene processato. I suoni di basso divengono più incalzanti seguendo una linea ritmica asimmetrica e a metà del brano sembra che la struttura iniziale stia in totale dissoluzione. Il brano resta uno dei migliori esempi degli ultimi Autechre.

Non c’è uno schema immediatamente rilevabile, anzi, quando si pensa di averlo individuato il brano riesce ad evolvere in una nuova direzione.

Riflessoni

I risultati di “Sign” sono alterni, ci sono momenti compiuti, come “r catz” o“M4 Lema” , in cui il concept riesce a determinare forme di struttura concrete; altri in cui , in assenza di ritmiche, si applica la formula “giro di accordi-sequenza arpeggiosa” che non sempre porta ai risultati voluti con i soli interventi di modifica su alcuni dei timbri, altri come “Psim AM” che sembrano incompiuti e ripetitivi, quasi un loop senza sviluppi.

Non si tratta, quindi, di un problema determinato dalla rilassatezza delle soluzioni proposte o dall’assenza delle ritmiche a rendere deboli alcuni momenti di “Sign” ma dal campo minato, quello della scrittura armonica e melodica, che hanno scelto di percorrere.

Un campo sul quale altri personaggi della stessa generazione come Aphex o Squarepusher si muovono agevolmente, il primo ricorrendo alla sperimentazione sulle melodie microtonali, il secondo al suo background jazzistico, ma nel quale Autechre devono muoversi con maggiore circospezione.

Brani come “F7”, che usano lo schema “giro di accordi/arpeggio-grappolo di note, modificato timbricamente” si reggono solo grazie alla deformazione timbrica, ma l’uso reiterato dello stesso schema, per altro abbastanza elementare, su più brani consecutivi pur presentando dei momenti affascinanti di straniamento timbrico, mette in luce una mancanza di direzione chiara.

Possiamo reputare “Sign” come un disco di transizione, dopo i grandi esperimenti sulla generazione algoritmica di ritmi e suoni, Autechre guardano oltre e abbozzano dei possibili sentieri.

Se il percorso all’orizzonte è quello delineato con “r catz” possiamo sperare in una nuova dimensione sonora del duo, se fosse quello di altri momenti di “Sign” potremmo essere d’innanzi ad una stagnazione creativa.

Amptek “Alex” Marenga

https://autechre.bandcamp.com/album/sign

Autechre – Sign tracklist:

1. M4 Lema
2. F7
3. si
4. esc desc
5. au14
6. Metaz form8
7. sch.mefd 2
8. gr4
9. th red a
10. psin AM
11. r cazt