Roger Waters The Dark Side Of The Moon Redux 2023 recensione

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Roger Waters The Dark Side Of The Moon

Roger Waters The Dark Side Of The Moon, una versione “ridotta”? asciugata?? strizzata? riflessiva? Nulla di tutto ciò, The Dark Side Of The Moon Redux è un pastrocchio fatto sotto covid e buttato li come uno straccio bagnato; detto ciò, lascio a Manuel Nash l’ardito compito di raccontare la sua esperienza in merito a questa disco.

Prince Faster.

Roger Waters The Dark Side Of The Moon Redux 2023

Di Manuel Nash.

Non è esattamente chiaro a chi dovrebbe giovare l’operazione di lifting estremo alla quale viene oggi forzatamente sottoposto uno degli album più iconici (ma, paradossalmente, anche uno dei più gratuitamente sovraesposti) che mai abbiano incontrato la puntina di un giradischi.

Nulla è in grado di aggiungere (o sottrarre) al cv di un artista dal rilevante passato che, da tempo, appare ossessivamente impegnato in un’opera di maldestra (ri)appropriazione di una eredità della quale (qualcuno lo avverta) gli spetterà, sempre e solo, una generosa quota.

Un esplicito intento che, soprattutto nel caso in oggetto e con modalità involontariamente grottesche, applica la logica dell’accanimento terapeutico ad un’opera tutt’altro che esanime.

Il senso di affettuosa perplessità raggiunge poi livelli pericolosamente fuori scala quando l’attenzione si sposta sull’ascoltatore, in particolare quello che (per una sorta di doverosa reverenza nei confronti di un parente stretto) esulta, con sincero trasposto, spellandosi le mani di fronte alla quarantesima versione di brani, entrati di diritto nella cultura popolare e mandati a memoria da decenni, dei quali si conoscono (e possiedono) un numero di interpretazioni che già superano la soglia della umana ragionevolezza. 

Quante altre differenti angolazioni sono ancora necessarie per capire ciò che è stato già profondamente accettato, assimilato, elaborato ed amato?

A forza di smontare gli ingranaggi, per osservarli sempre più da vicino, il meccanismo, prima o poi, inevitabilmente si rompe.

Il nome di Roger Waters, per molti, rappresenta un intoccabile vessillo identitario, è la maglia della squadra del cuore (che non si discute ma si giustifica, a prescindere, contro qualsiasi eventuale evidenza fattuale) o la rassicurante coperta di Linus, sempre pronta all’uso, meticolosamente ripiegata sul divano della propria comfort zone.

E’ quindi evidente come, anche la critica più blanda e pacata, corra spesso il rischio di attivare un subdolo meccanismo di autoproduzione che, istantaneamente, è in grado di erigere una barriera di alienazione (culturale ed anagrafica) niente affatto dissimile da quella efficacemente descritta dalla metafora narrativa di The Wall.

Sarebbe estremamente interessante indagare e ricostruire, in altra sede, più idonea, il processo che ha portato una parte del pubblico ad avvicinarsi, in modo così insidiosamente inconscio, al cuore oscuro di quella catarsi scenica nella quale Waters, abbracciato al personaggio di Pink Floyd, continua a tentare di sciogliersi.

Nessuna delle precedenti considerazioni aiuta purtroppo a dipanare la matassa  dell’operazione Roger Waters The Dark Side Of The Moon Redux che, dopo un ripetuto ascolto, continua a mantenere intatto ogni groviglio della propria accessorietà.

Una manciata di buone intuizioni (su tutte l’austero vestito indossato da Time) non bastano a giustificare uno sforzo (licenzioso ed autoreferenziale) che, se non fosse per il fastidioso trionfalismo nostalgico degli ultras sugli spalti, potremmo rapidamente derubricare a definitivo esempio di onanismo per completisti.

L’aggiunta di un nuovo contenuto testuale contribuisce poi a proiettare, in maniera inequivocabilmente determinante, la luce di un prisma drammaticamente differente.

Ciò amplifica ulteriormente, con modalità opinabilmente opportune, la completa alterazione del senso di un album che, da sempre, si specchia anche nella propria identità narrativa.

Roger Waters trasforma la salutare routine di una blanda seduta di fisioterapia in un invasivo intervento di chirurgia creativa che priva il paziente (perfettamente sano) dei propri tratti somatici.

Lodare la cura della produzione è come complimentarsi con il proprio datore di lavoro per l’adozione di una misura da minimo trattamento sindacale.

Grave ed allarmante sarebbe se, proprio un artista di simile peso, pensasse di potersi presentare con una lavoro di sbrigativa ed approssimativa fattura (la cover band degli Yes, guidata da Steve Howe, è gentilmente pregata di prendere nota).

La ravvicinata distanza e la stretta parentela ideologica di questo nuovo di Roger Waters The Dark Side Of The Moon con (l’altrettanto prescindibile) The Lockdown Sessions contribuisce, inoltre, ad alimentare un frustrante senso di smarrimento di fronte a scelte artistiche (certamente lecite) che tuttavia, sotto il profilo meramente pratico, appaiono completamente prive di urgenza e, soprattutto, discutibilmente lucide.

Continua ad essere rilevante l’artista che, dopo decenni di carriera, ancora aggiunge colori al proprio vocabolario e non quello che persevera nell’abitudinario impiego delle medesime tinte allo scopo di ri(de)scrivere, una volta ancora, le proprie ossessioni.

Non esiste un concetto di immunità artistica e nessun blasone creativo, per quanto meritatamente guadagnato sul campo, potrà mai cancellare il diritto di critica.

A molti dei giganti sulle cui spalle siamo oggi seduti è accaduto di pubblicato opere inutili o oggettivamente indifendibili.

Ciò non basta certo a mettere in discussione il valore di una intera carriera.

L’ex Pink Floyd (una parte convinta di essere un intero) non è l’ultimo eroico soldato rimasto a difendere un avamposto strategico per la resistenza ad una modernità (spesso fraintesa o conosciuta solo superficialmente) alla quale non ci si vuole proprio rassegnare. E’ una rock star a fine carriera, un Buffalo Bill che, sebbene sia ancora in grado di collezionare una impressionante serie di meritati sold out, ha allestito un (magnifico) circo geriatrico grazie al quale cementa l’identitarismo generazionale di buona parte della propria fan base appagando e fomentando, al contempo, il proprio smisurato autocompiacimento.

The Dark Side Of The Moon Redux non è la chiusura di un cerchio ma il fondo di una una spirale sul quale giace una lettera d’amore che l’artista, irrimediabilmente aggrappato alle angosce pervicacemente trascinate da un decennio all’altro, ha indirizzato al proprio ego.

E’ doveroso tributare a Roger Waters ogni milligrammo del rispetto che merita la sua storia, ma è anche opportuno spendere un briciolo di onestà intellettuale per riconoscere che ha ampiamente dato tutto quello che aveva da dare. 

Where has the feeling gone?

Will I remember the song?

The Show Must Go “Home”.

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