Maddie Ashman – Her Side E.P. la recensione del disco

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Maddie Ashman - Her Side

Maddie Ashman – Her Side E.P. la recensione del disco

C’è un momento preciso nella carriera di un artista, in cui la forma canzone smette di essere un contenitore rassicurante e diventa un nuovo mondo. Ascoltando “Her Side“, il nuovo E.P. di Maddie Ashman, si ha la netta percezione di trovarsi di fronte a questo spartiacque. Dimenticate le rassicuranti armonie folk che ne avevano caratterizzato gli esordi recenti: qui siamo in territori dove l’avant-pop dialoga con l’ignoto.

La prima cosa che colpisce, e che potrebbe disorientare, è l’uso della microtonalità. Ashman abbandona la sicurezza dei dodici semitoni occidentali per esplorare gli interstizi tra una nota e l’altra, è una precisa scelta espressiva: l’artista usa i quarti di tono per generare una tensione costante, una “distonia armonica” che riflette perfettamente il senso di smarrimento emotivo del disco.

Si avverte l’eco lontano delle sperimentazioni di Harry Partch filtrate però attraverso una sensibilità pop contemporanea che ricorda i chiaroscuri della tarda Björk o le destrutturazioni di FKA twigs. La struttura compositiva elude la linearità strofa-ritornello per abbracciare un andamento frattale, dove i temi musicali si rompono e si ricompongono in varianti sempre più ardite.

Sul fronte lirico, “Her Side” è un disco di un’onestà brutale. Le parole sono scelte con cura chirurgica: non c’è spazio per il sentimentalismo, ma solo per una cruda fenomenologia dei sentimenti.

L’autrice di Her Side, adotta una tecnica che potremmo definire di cubismo letterario: osserva lo stesso evento da molteplici angolazioni temporali ed emotive, sovrapponendole fino a creare un senso di vertigine. C’è una qualità materica nei versi, che diventano oggetti contundenti scagliati contro il silenzio. Il linguaggio è asciutto, privo di orpelli, eppure denso di rimandi, evocando un senso di isolamento che trova un corrispettivo visivo nei quadri di Francis Bacon, dove la figura umana è deformata dalla pressione dello spazio circostante.

Se dovessimo collocare quest’opera in una mappa storico-artistica, “Her Side” si posizionerebbe all’incrocio tra il minimalismo ripetitivo di Steve Reich e l’art-pop più cerebrale. L’uso della voce, spesso manipolata e resa quasi sintetica, richiama le sperimentazioni vocali di Laurie Anderson, trasformando il canto in uno strumento di indagine timbrica più che melodica.

La composizione evoca un senso di Unheimliche (il perturbante freudiano): ciò che dovrebbe essere familiare – una melodia pop, una voce femminile – diventa improvvisamente estraneo, inquietante, grazie allo slittamento microtonale. È un lavoro che sfida la “dittatura dell’orecchiabilità”, proponendo un’estetica del disagio che, paradossalmente, risulta magnetica.

Pur essendo un’artista emergente, Maddie Ashman ha avuto il coraggio di sabotare la propria accessibilità per raggiungere una verità artistica superiore. In un mercato saturo di produzioni levigate e prevedibili, questo E.P. spiazza. Un lavoro intenso, spigoloso, che conferma come la musica, quella vera, debba ancora avere il potere di scuotere.

Laura Six

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