John Carpenter è stato uno dei registi che ha rivoluzionato il cinema fantastico e horror tra la seconda metà degli anni 70 e gli anni 80 creando dei veri e propri filoni e degli originalissimi universi narrativi, e Alive after Death è il terzo capitolo dei “temi perduti” di Carpenter.

Dopo le pellicole epocali di Kubrick (“2001 Odissea nello spazio” 1968) e Friedkin (“L’Esorcista” 1973) che avevano stabilito nuovi canoni per i generi fantascienza e horror sarà questa nuova generazione di autori (Carpenter, Romero, Cronenberg, Argento etc), in bilico fra produzioni di basso costo e grandi successi commerciali, ad ampliare l’estetica del cinema di genere.

Ma Carpenter ebbe un merito unico nei confronti dei suoi colleghi ovvero quello di realizzare contestualmente anche le colonne sonore dei suoi film.
L’universo della cinematografia carpenteriana si distingue dal cinema fantastico classico, si ispira apertamente al grande cinema western dei grandi registi classici come John Ford e Howard Hawks ed è popolato da anti-eroi presi ai margini della società, criminali, detenuti, proletari ed emarginati.

Il John Carpenter compositore

Ma oltre agli indiscussi meriti cinematografici, già dalle prime opere, emerge anche uno stile caratteristico di Carpenter come compositore. La tendenza a realizzarle in proprio fu sicuramente favorita dal basso budget a disposizione per le sue produzioni che grazie all’impiego dei sintetizzatori evitava anche l’ingombro economico delle orchestre utilizzate abitualmente nel cinema mainstream.

Quindi si consolida, a partire dal primo lungometraggio “Dark Star” (1974), un John Carpenter compositore che si incunea stilisticamente anche nella tendenza diffusasi in quegli anni, anche grazie allo strepitoso successo delle musiche di Mike Oldfield usate da Friedkin per “L’Esorcista” (1973), di impiegare sonorità tipiche del rock progressive.

Sono anni in cui all’interno del rock progressive, e successivamente anche nella dance, le sonorità elettroniche sono diventare predominanti e ne sono permeate anche produzioni di altri autori come lo stesso Dario Argento grazie al supporto dei Goblin.

Ricordiamo che in quella fase storica all’interno e ai margini del progressive-rock vi è una rapida diffusione dei suoni sintetici in particolare nel rock cosmico tedesco (Tangerine Dream, Klaus Schulze, Kraftwerk) e nelle operazioni, sempre al limite del cinematico, di Wendy Carlos, Vangelis e Jean Michel Jarre.

Quindi l’elettronica è il fulcro sul quale si regge lo stile sviluppato da Carpenter con un mix di influenze orchestrali, rock-blues e di inevitabile minimalismo post-oldfieldiano. Carpenter evita di comporre solo quando la produzione gli consente di utilizzare uno dei suoi riferimenti musicali: Ennio Morricone, per il colossale remake de “La Cosa da un ‘Altro Mondo” (1951), “The Thing” (1982) interpretato da Kurt Russell.

Suoni scuri di sintetizzatori analogici già caratterizzano “Dark Star”(1974”) ma con “Distretto 13 – Le brigate della morte” (Assault on Precinct 13) del 1976 emerge il “Carpenter-style” più caratteristico.
Linee di basso essenziali su ritmiche elettroniche scarne e un tema fatto di accordi di strings sintetiche caratterizzano la title track che ispirerà non poco alcuni autori elettronici delle generazioni successive divenendo oggetto successivamente di remix e rielaborazioni.

L’uso di sequencers analogici e di suoni analogici costringe l’autore, che non è certo un virtuoso della tastiera, ad elaborare uno stile minimalista, essenziale e scuro che in “Halloween” (1978) va a rielaborare l’idea di cellula melodica minimalista ripetuta già impiegata da Oldfield e ripresa dai Goblin (“Profondo Rosso” e “Suspiria”) e divenuta un classico delle suggestioni horror. Il film avrà un successo strepitoso e sarà seguito da numerosi sequel-prequel.

Mentre su “Fog” (1980) Carpenter si incammina verso atmosfere ambientali e un tema che riprende l’idea di ripetizione di una cellula melodica su una progressione armonica, formalizza meglio l’uso dei suoni elettronici percussivi, delle aperture timbriche ambientali e il numero di sovraincisioni consente all’autore, che in questa fase è in piena curva ascendente come successo commerciale, di realizzare orchestrazioni sintetiche sempre più accurate.

Il 1981 è l’anno di uno dei film più iconici di Carpenter “1997: Fuga da New York (Escape from New York)” interpretato da Kurt Russell con attorno alcuni personaggi emblematici di un certo cinema e dei riferimenti culturali cari al regista come l’attore simbolo del western spaghetti Lee Van Cleef, Ernest Borgnine, Donald Pleasence e il grande cantante soul-funk Isaac Hayes.

La colonna sonora è l’apice del percorso compositivo di Carpenter, il tema di “1997: Fuga da New York” è un grande successo anche musicalmente e ancora oggi è fra i temi cinematografici più conosciuti.

Il suo rock elettronico si consolida e le timbriche tendono anche riproporre le distorsioni delle chitarre, elementi rock che affioreranno sempre di più successivamente.
La colonna sonora è realizzata in collaborazione con il sound designer Allan Howarth che collaborerà con John Carpenter anche su Halloween II, Halloween III: Season of the Witch (Il Signore della Notte), Christine, Big Trouble in Little China (Grosso Guaio a Chinatown), Prince of Darkness (Il signore del male) e They Live (Essi Vivono).

Negli anni successivi la produzione di Carpenter si snoda sugli elementi estetici sviluppati in questi anni con delle forti deviazioni “rockeggianti” come nei temi rock blues di “They Lives” (Essi Vivono) (1988) e “Vampires” (1998) o la chitarre metal di Buckethead, Steve Vai e Anthrax su “Ghosts of Mars”(Fantasmi su Marte) (1991) ennesimo remake, stavolta in chiave spaziale, di “Un dollaro d’onore” (Rio Bravo) (1959) di Howard Hawks.

Quello di Carpenter è uno dei rari casi in cui la musica da film riesce ad avere una vita propria lontano della pellicola che ha commentato originariamente. È un linguaggio compiuto e completo, pur evocando le suggestioni drammatiche delle pellicole.

Nel 2015 John Carpenter, ormai assente dalla scena cinematografica (dopo “The Ward”, 2010), si è riproposto nella sola veste di compositore pubblicando due album di inediti intitolati “Lost Themes I” e “Lost Themes II” (2016) e un album di remix “Lost Themes Remixed” (2015) accompagnandoli da una serie di concerti. Qui Carpenter si ripropone come autore di un rock elettronico con forti connotazioni cinematiche, la solennità orchestrale e la tensione melodica è tipica dei suoi temi storici, e i due dischi si confermano qualitativamente omogenei alle sue produzioni storiche.

Alive After Death

Questo “Lost Themes III: Alive After Death” di John Carpenter è la logica prosecuzione dei due lavori precedenti, Carpenter ha uno stile consolidato e collaudato capace di suggestioni uniche.
La title track che apre l’album è l’ennesimo tema classico della sua produzione, sia ritmicamente che nell’uso di cellule melodiche contrappuntante dai movimenti armonici, sia nella commistione di suoni elettronici e chitarre che nello sviluppo del brano tipicamente orchestrale. I titoli evocano tutti l’immaginario orrorifico e cinematografico dell’autore e anche “Weeping Ghost” non fa eccezione, brano incalzante e serrato, è scandito da un tema medio-basso di synth raddoppiato dalle chitarre.

“Dripping Blood” è un brano scuro e orchestrale, con un tema lento e drammatico, “Dead Eyes” ha una dimensione quasi sinfonica, “Vampire’s Touch” è pervaso dalla tensione gotica dei suoni d’organo e da un basso crescente che permette al brano di esplodere su un finale rock.
“Cemetery” e “Skeleton” sono brani ritmici imperniati su trame nervose di sequencer mentre “Turning the Bones” è uno di quei brani carpenteriani più distesi ma velati dall’oscurità; “The Dead Walk” è marcato dal groove elettronico di una cassa quasi techno e dalle bassline analogiche, “Carphatian Darkness” chiude il disco in un drammatico finale epico.

Lost Themes III: Alive After Death

Alive After Death è una raccolta di brani in pieno stile John Carpenter, una sorta di rock elettronico gotico e orchestrale in grado di esistere in una dimensione totalmente sonora. Lo stile che Carpenter ha sviluppato nasce per commentare le sue pellicole ma la compiutezza delle composizioni e l’unicità del sound gli permettono di avere vita propria.
Questo disco quindi esce dal perimetro della musica da film, essendola solo virtualmente, e contribuisce a riconfermarla come musica “assoluta”, svincolata, quindi dalla coesistenza con le immagini.

Alex “Amptek” Marenga

Ascolta il disco.