Ulver – Neverland la recensione del disco
L’alchimia di Neverland affonda le radici in un terreno fertile quanto eterogeneo. Sebbene gli Ulver siano ormai un’entità autarchica, è possibile scorgere nel loro DNA le tracce di una nobiltà musicale che ha fatto dell’inquietudine la propria cifra stilistica. Ci sono passaggi dove la band sembra dialogare con l’approccio dei Bark Psychosis, dove il silenzio è lo strumento principale della narrazione, e dove le atmosfere mistico visionarie rimandano al minimalismo sacro tanto caro ad Arvo Pärt.
La spina dorsale di quest’opera risiede in una gestione della materia acustica che potremmo definire molecolare. Gli Ulver operano una dissezione del timbro, trasformando lo strumento in un pretesto per un racconto puramente frequenziale vicina all’esoterismo sonoro dei Coil.
In Neverland, l’uso della sintesi granulare non è il fondamento di una nuova ontologia sonora. I campionamenti originali (archi, fiati, o frammenti di field recording) vengono polverizzati in frammenti microscopici — grani della durata di pochi millisecondi — e poi riassemblati in nuvole di pulviscolo ruvido.
Attraverso la manipolazione degli overlap e dei jitter, la band crea una sensazione di stasi che a tratti disorienta e diviene sospensione del tempo lineare. Il suono si agita restando immobile, una sorta di ebollizione frigida dove la percezione del tempo lineare viene obliterata nel tardo decadentismo di Scott Walker. Questa tecnica permette agli Ulver di generare apparati materici che possiedono una grana quasi tattile. Udiamo il violino come una frizione atomica tra l’arco e la corda, isolata e dilatata fino a occupare l’intero spettro uditivo.
L’aspetto più audace di Neverland è l’abbandono del sistema temperato in favore di una microtonalità e della disintegrazione della percezione ritmica. Gli Ulver si inseriscono negli spazi infinitesimali tra un semitono e l’altro, cercando quella che potremmo definire la “nota rimossa”.
Sovrapponendo frequenze vicinissime ma non perfettamente intonate, la band genera dei fenomeni di interferenza che producono vibrazioni fisiche percepibili direttamente a livello viscerale. Questi battimenti creano un senso di instabilità gravitazionale, come se il baricentro armonico del disco fosse in continuo, impercettibile slittamento.
L’uso di scale non convenzionali e di intervalli microtonali impedisce alla mente di ancorarsi a una risoluzione melodica rassicurante. Ne deriva un’esperienza di smarrimento cognitivo, dove l’ascoltatore è costretto a ridefinire costantemente i propri parametri di consonanza e dissonanza.
Il disco sembra voler mappare l’invisibile, traducendo in frequenze l’inquietudine di William Blake – già caro alla band – filtrata attraverso la lente di una disillusione metafisica. Non c’è compiacimento, solo la rigorosa osservazione di un’eclissi recondita.
La composizione procede per riduzione formale: la band opera una decostruzione dei volumi che privilegia la risonanza macabra. Le armonie sono costruite su climi armonici acromatici, in cui la tensione si dissolve in uno stallo senza speranza. L’uso dei sintetizzatori abbandona la funzione decorativa per farsi materia efficace, una sorta di respiro che sostiene l’intero impianto compositivo senza mai cadere nella prevedibilità della cadenza ritmica tradizionale.
L’opera dialoga apertamente con le correnti dell’espressionismo tedesco, con il simbolismo europeo, e reimmagina la pittura di Caspar David Friedrich, trasponendo l’isolamento del viandante romantico in una dimensione post-industriale e digitale. Vi è un richiamo palese alla cinematografia di Andrej Tarkovskij, specialmente nella gestione dei tempi lunghi e nella creazione di una geografia del rimosso che pare l’eco uditiva della Zona di Stalker.
Il mondo visionario dimostrato nel disco degli Ulver – Neverland serve un fine superiore: la creazione di un’opera che esiste indipendentemente dall’esecutore. Gli Ulver hanno smesso di suonare degli strumenti per iniziare a scolpire il silenzio attraverso la tecnologia, trasformando il software in un organo da cattedrale post-moderna.
Prince Faster.
Ascolta il disco in Hi-RES
Ulver – Neverland Tracklist:
- Fear in a Handful of Dust
- Elephant Trunk
- Weeping Stone
- People of the Hills
- They’re Coming! The Birds!
- Hark! Hark! The Dogs Do Bark
- Horses of the Plough
- Pandora’s Box
- Quivers in the Marrow
- Welcome to the Jungle
- Fire in the End
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