10 Dischi di Elettronica Storica imperdibili

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Kraftwerk

Quando il sintetizzatore irruppe sul mercato come strumento musicale prodotto industrialmente, il rock era un genere musicale in pieno fermento creativo.
Ma il primo vagito del sintetizzatore non riguardò i musicisti rock, ma un tastierista di estrazione accademica, Walter Carlos, che realizzò un lavoro incentrato sulla tradizione accademica, “Switched On Bach” in cui reinterpretava alcuni brani di musica classica, il lavoro ebbe un successo straordinario e questi strumenti ebbero una popolarità inaspettata entrando rapidamente nella dotazione strumentale dei maggiori tastieristi rock.
Ma una volta inoculate nel rock, le sonorità elettroniche divennero epicentro di veri e propri generi che utilizzavano il sintetizzatore come strumento  principale, in primis il mitico kraut-rock tedesco.
Naturalmente tutti gli stili musicali della fine degli anni 60 si appropriarono di questi  nuovi strumenti  senza  necessariamente produrre generi incentrati solo sui suoni sintetici, ma implementarono questi timbri  nel proprio linguaggio: dal jazz rock alla black music.

Ma nel corso dei due decenni successivi molte cose cambiarono e l’elettronica si insinuò ovunque divenendo a partire dagli anni 90 un grande contenitore di centinaia di generi nuovi. Quella che segue non è una classifica, ma si tratta di dieci dischi consigliati come punti di riferimento orientativi ma non esaurienti.
Per avere un quadro approfondito sulla storia del suono elettronico il numero di lavori significativi sarebbe notevolmente maggiore.
Questi dieci titoli raccontano alcuni momenti importanti che vanno dall’introduzione del sintetizzatore, alle porte dell’esplosione dell’house-music e della techno, i due fenomeni storico-culturali che sono alla base delle trasformazioni in senso elettronico della popular music contemporanea.

Walter Carlos – Switched On Bach (1968, Columbia Records)

E’ l’inizio del sintetizzatore, Walter Carlos, che era stato consulente di Robert Moog nella realizzazione del sintetizzatore modulare, realizza quello che è il confronto più arduo del nuovo strumento, quello con la tradizione classica più rigorosa, e reinterpreta brani di Bach tra cui l’intero Concerto brandeburghese n. 3. La difficoltà esecutiva su uno strumento monofonico fu pazzesca ma il successo fu enorme, il Moog scatenò una curiosità generale arrivando fino ai grandi divi del rock dai Beatles a Keith Emerson.
Walter Carlos, poi divenuto Wendy, venne chiamato da Stanley Kubrick a musicare con lo stesso criterio il suo geniale capolavoro “Arancia Meccanica” nel 1971 e successivamente “The Shining”.

 

Kraftwerk – Trans Europe Express (1977, Kling Klang)

Dopo aver indicato il nuovo sentiero con “Autobahn” (1973) con “Trans Europe Express” i Kraftwerk segnano definitivamente il futuro della musica elettronica popolare. Il gruppo sostituisce alle lunghe suite sperimentali di ispirazione psichedelica che caratterizzavo i primi album, non solo dei Kraftwerk ma di tutto il rock elettronico tedesco, una forma contratta di canzone sorretta da ritmi scanditi con suoni sintetici, temi di pochi vocaboli esposti da voci filtrate e una scenografia post-moderna in cui i quattro mettono in scena visivamente il paradigma fra tecnologia ed essere umano.

Sequenze cicliche, ritmiche lineari, suoni secchi ed essenziali, testi ridotti ad un lessema, simboli del futurismo tecnologico, qui inizia tutto.  “Trans Europe Express “ è  il “Sgt. Pepper” dei Kraftwerk, il percorso è indicato, è la formula che condizionerà le generazioni successive.

Brian Eno/David Byrne – My Life In The Bush of Ghosts (1981, Sire Records)

Gli album essenziali di Brian Eno sono vari, “Music For Airports” è anch’esso una pietra miliare che definisce gli stilemi della musica ambient, un genere che da quarant’anni dilaga senza freni.
Ma in questo lavoro Eno indica le possibilità di ricontestualizzazioni rese possibili dallo studio di registrazione, che diviene il vero strumento musicale dietro a questo disco. Frammenti di varia natura, linee strumentali, loop ritmici afro funk, spezzoni di nastro manipolati, sequenze elettroniche, brandelli di trasmissioni radiofoniche e televisive, vanno a comporre una serie di brani realizzati con David Byrne, leader dei Talking Heads che già su Fear of Music divenivano simbiotici.

Tangerine Dream – Phaedra (Virgin, 1974)

Forse il lavoro della maturità per la formazione classica dei Tangerine Dream nel momento di massimo splendore del Krautrock. Dopo le lunghe improvvisazioni sperimentali dei primi lavori il trio guidato da Edgar Froese, consolida il proprio modello compositivo su brani più strutturati e dilatati realizzati con tappeti di suoni di mellotron, di sintetizzatore e tracce di sequencer analogico. “Phaedra” è il primo lavoro su Virgin, all’epoca label innovativa e sperimentale, un lavoro maturo, ambientale e scuro, che resta uno dei loro momenti migliori.

Vangelis – Blade Runner OST (1982, 1994, WB)

Strana storia per una delle colonne sonore più celebri della storia. Nel 1982 esce una colonna sonora pubblicata dalla WB nella quale Vangelis non c’è, i temi sono rieseguiti dalla New American Orchestra, le parti di synth affidate a Ian Underwood, malgrado questo il soundtrack avrà un grande riscontro commerciale e numerosi riconoscimenti.
Per alcuni anni, grazie al film divenuto di culto, girano delle colonne sonore “bootleg” contenenti diverse versioni dello score originale di Vangelis fino al 1994, anno in cui la major e l’artista trovano un accordo ed esce discograficamente una delle colonne sonore più famose della storia del cinema. Grande affresco sonoro di futurismo multietnico, oscuro come le scene notturne del film, la colonna sonora di “Blade Runner” contribuì non poco alla riuscita del film. Grandi sonorità prodotte con synth analogici si fondono tra ambiente diegetico e colonna sonora, andando a definire l’audio dell’immaginario dickiano.
Ex tastierista del gruppo rock greco Aphrodite’s Child, poi protagonista di una carriera solista di successo in bilico fra rock sperimentale e colonne sonore, Vangelis vince il premio oscar per il tema di “Chariots of Fire”  proprio nel 1982 l’anno in cui realizza “Blade Runner”.

Jean Michel – Jarre Oxygene (1976 Les Disques Motors, Polydor)

Figlio del compositore Maurice Jarre, Jean Michel si propone già negli anni 70 come autore originale, alle prese con i sintetizzatori analogici ma rivolto contemporaneamente verso il grande pubblico. Pur proveniendo da un’importante esperienza sperimentale con il compositore e inventore della “musica concreta” Pierre Schaeffer i suoi dischi sono contraddittori, aspirano a strutture fuori dai termini della forma canzone propendendo verso lunghe suite ma utilizzano melodie semplici e comprensibili.

“Oxygene” è forse il momento di maggiore popolarità del compositore francese, oltre 70 milioni di copie vendute. Minimalista, essenziale, coerente nello sviluppo della scrittura, omogeneo nella ricerca sonora “Oxygene” è uno dei capolavori della musica elettronica popolare.

The Art of Noise – Who’s Afraid Of? (1984, Islands)

Progetto ideato dal produttore cantante tastierista Trevor Horn, reduce dell’avventura synth-pop dei Buggles (“Video Kills The Radio Star”,1979) e rock-prog degli Yes (“Drama”,1980), negli anni 80 è al centro di alcune delle decisive produzioni del pop elettronico del periodo (Frankie Goes To Hollywood, ABC,  Grace Jones, ancora Yes “90125”). Formati insieme a Paul Morley nel 1983 gli “Art Of Noise” si richiamano direttamente all’idea di Luigi Russolo e del Futurismo di una musica fatta di rumori e suoni provenienti dalla quotidianità.

Il campionatore” Fairlight” sta divenendo il fulcro di tutte le produzioni techno-pop e hip-hop del periodo, e Art Of Noise realizza il decalogo delle possibilità offerte dal campionamento.
“Who’s Afraid Of?” è stato un disco innovativo, che mostrava le direzioni possibili del riciclo sonoro reso disponibile dal digitale, proponendo brani realizzati attraverso il collage di elementi sonori di diversa provenienza  in bilico fra l’ambient e l’electro-pop.

Giorgio Moroder – From Here to Eternity (1977, Oasis)

Grande mente della dance già nel pieno degli anni 70, Giorgio Moroder mostra immediatamente le immense possibilità dei sintetizzatori nella costruzione del groove ciclico e ipnotico della disco-music. Dal 1974 aveva iniziato la sua collaborazione con la cantante Donna Summer con la quale nel 1977 realizza il singolo “I Feel Love”, dove il connubio fra il sequencing ossessivo dell’ elettronica, e la vocalità della cantante si rivela un mix micidiale.

Dello stesso anno è “From Here to Eternity” realizzato con lo stesso criterio, un lavoro che definisce i parametri dell’Eurodisco prendendo spunto dalle idee sviluppate dai Kraftwerk .
Drum machines  ripetitive e sequencers analogici  delineano i ritmi e linee di basso elettroniche che sono l’ossatura di queste canzoni disco che andranno a ridisegnare le regole della musica dance.

Afrika Bambaataa & The Soulsonic Force – Planet Rock: The Album (1982, 1986 Tommy Boy)

Ancora i Kraftwerk alla base di questa pietra miliare della moderna elettronica, l’anello di congiunzione fra l’hip-hop, Il funk e il krautorck, la miscela che darà i natali all’electro, all’house e poi alla techno.

Afrika Bambaataa, profeta del djing rap, uno di coloro che ha contribuito a definire i perimetri e il linguaggio dell’hip-hop, realizza, nel 1982, con l’ausilio di una batteria Roland 808 e rielaborando “Trans Europe Express”  (e citando anche Ennio Morricone) uno dei brani , “Planet Rock”, più influenti degli ultimi decenni raccolto poi, insieme ad altri singoli, nel 1986 nell’album “Planet Rock: The Album”, una vera pietra miliare.

Herbie Hancock – Future Shock (Columbia, 1983)

Già alle prese dagli 70 con piani elettrici e sintetizzatori analogici, grazie anche all’influsso innovativo di Miles Davis, autore di strepitosi lavori di funk elettrico (ricordiamo il magnifico “Head Hunters” del 1973), Herbie Hancock è, ancora oggi, uno dei grandi pianisti e tastieristi del jazz contemporaneo.

Nel 1983 in piena esplosione dell’hip-hop e probabilmente mirando a realizzare un disco di respiro commerciale entra in contatto con una delle eminenze grigie degli anni 80 e 90, il bassista produttore Bill Laswell.
Leader del gruppo funk sperimentale Material e animatore di innumerevoli progetti trasversali in cui tenta la fusione fra le diverse tendenze della musica popolare, Laswell ha collaborato con una schiera enorme di artisti diversi da Manu Dibango a Brian Eno.
Attento alle nuove tendenze underground del rap, e in particolare di un uso creativo delle tecniche di turntablism, Laswell porta Hancock a realizzare un album in collaborazione con i Material e Grand Mixer DXT. Un disco, detestato dai fan del jazz, ma pieno di idee e di spunti in cui confluiscono i generi predominanti della black music degli anni 80, ovviamente spicca l’hit “Rock It”.

Alex Marenga