The Beatles, la recensione del documentario Get Back, di Alex “Amptek” Marenga.
Dopo oltre 50 anni prende nuova forma, grazie al regista de “Il Signore degli Anelli” Peter Jackson, “Get Back”, la documentazione filmata del capitolo più controverso della storia dei Beatles, “Let It Be”.
Il girato di circa 59 ore venne realizzato per un documentario che avrebbe dovuto narrare la preparazione di uno show televisivo, poi annullato e divenuto un concerto, e la contestuale registrazione di un disco.
Il progetto, in realtà, venne cambiato in corsa durante le riprese del film sotto gli occhi della macchina da presa.
Il materiale audiovisivo è stato rielaborato impiegando sofisticati software di intelligenza artificiale in grado di separare i suoni e le voci registrate permettendo un restauro strabiliante sia dell’audio che del video, girato all’epoca su 16 mm.
Sono molteplici i piani di lettura di questo documento eccezionale proposto in tre puntate di due ore da Disney+.
Contents
The Beatles, Get Back.
C’è l’epilogo dell’ingenuità degli anni ’60 attraverso la metamorfosi dei suoi più iconici protagonisti in una maturità che rappresenta una sorta di perdita dell’innocenza, dove nuovi equilibri personali e di pensiero portano i fab four a prendere strade diverse fino a spezzare il proprio sodalizio.
Ma sicuramente “Get Back” fa un passo enorme in più rispetto al montato originario del regista Michael Lindsay-Hogg, già autore del “Rolling Stones Rock and Roll Circus”: ricombina quanto catturato dalla macchina da presa alla luce dei nuovi format della televisione digitale permettendo alla testimonianza filmata di quelle 21 giornate di assumere una nuova prospettiva.
Il film “Get Back” realizzato da Michael Lindsay-Hogg nel 1970, infatti, traghettava la produzione filmica musicale dei Beatles dagli anni ’60 al nuovo decennio, passando dal format narrativo del “musicarello” (film con una storia e qualche canzone) a un modello documentaristico che coglieva un momento preciso di solito uno o più live montati in film di una durata adatta alla fruizione cinematografica in sala.
“Let It Be” mostrava fra l’esecuzione e le prove delle canzoni un “dietro le quinte” che coglieva frammenti della crisi del quartetto di Liverpool.
Girato nel gennaio del 1969 tra gli studi televisivi di Twickenham, e la sala di registrazione della Apple Corps al 3 Savile Row a Londra, mostra anche il famoso ultimo concerto del quartetto sul tetto dell’edificio.
Get Back.
“Get Back” va molto oltre e impadronendosi dei nuovi modelli formali che la televisione ha introdotto negli ultimi decenni, in particolare il “reality”, riorganizza con scrupolosa successione cronologica il materiale audiovisivo scandendolo con un calendario e mettendo in scena tutti i tempi “morti” fra le canzoni come storyline alla quale concatenare il materiale musicale. Si assiste in pratica a un “Grande Fratello Beatle” in cui la quotidianità dei rapporti fra i presenti è messa in scena anche cogliendone i momenti conviviali o i colloquiali secondari.
La TV on demand permette, inoltre, al telespettatore stesso di organizzare la visione del materiale secondo i propri tempi dilatando la giornata diegetica dei Beatles negli interstizi liberi della propria.
Questo nuovo modello narrativo, dopo decenni di “Isole dei Famosi” e surrogati vari che accroccano personaggi dello spettacolo in declino in una rappresentazione trash, dà luogo a un prodotto che travalica abbondantemente il perimetro dei “Beatles-fans” permettendo a tutti di osservare, oltre alle complesse relazioni personali interne a un gruppo di artisti così importanti, anche il processo creativo.
Una delle componenti che risalta maggiormente è proprio la raffigurazione, in certi casi dettagliata, dei processi di sviluppo della composizione musicale e quali siano le sinergie all’interno di un collettivo in grado di modellarla.
Ovviamente si colgono anche le dinamiche personali che porteranno alla separazione del gruppo, spesso evocata dagli stessi protagonisti e che, in certi momenti, come nella fuga di George Harrison, sembra essere imminente.
Sono evidenti i diversi percorsi che i quattro stanno intraprendendo nella loro maturità artistica e personale, i legami con l’India di Harrison, l’onnipresenza, a tratti anche inquietante, di Yoko, il ruolo di buon padre, sia di famiglia che della band, di Paul, le guerre imminenti dovute alla presenza già evidente del nuovo manager Allen Klein.
C’è il ruolo paterno di George Martin (produttore di tutti i dischi dei Beatles), l’entusiasmo sorridente di Billy Preston, la collaborazione attiva di Glyn Johns, l’apparizione sorniona di Peter Sellers, il ruolo infaticabile del road manager Mal Evans. Emerge nell’insieme anche l’umanità dei personaggi, capaci di spezzare le tensioni con uno scherzo o un sorriso, spesso in imbarazzo davanti all’occhio indiscreto della macchina da presa.
Ma “Get Back” è anche un meta-documentario su Michael Lindsay-Hogg e il suo film, il regista è spesso in campo con le sue macchine da presa e interagisce continuamente con i protagonisti, la genesi del suo film è anch’essa oggetto del racconto del reality di Peter Jackson. I microfoni nascosti di Michael Lindsay-Hogg sono implacabili e rubano i dialoghi perfino nella mensa e grazie al restauro digitale messo in atto da Peter Jackson ci raccontano i retroscena della crisi con George Harrison.
“Get Back” permette di entrare a contatto con alcuni dei protagonisti più leggendari della cultura popolare e sui processi creativi che si innescano all’interno di un collettivo così importante, malgrado la lunghezza del documentario resta una visione consigliata a tutti gli appassionati di musica.
Ti potrebbe interessare:
- 5 ottobre 1962 escono 007 licenza di uccidere e Love Me Do dei The Beatles
- The Beatles Strawberry Fields Forever incisione 8 tracce.
- The Beatles 2021, la ristampa anniversario di Let It Be.




