“Form This Place” grande affresco del suono americano di Pat Metheny

Recensione

di Alex “Amptek” Marenga

Questo album esce a pochi giorni di distanza dalla scomparsa, a 66 anni, del tastierista Lyle Mays uno dei partner musicali di riferimento della prima parte della carriera di Pat Metheny, quella che lo ha incorniciato fra i chitarristi jazz-fusion più conosciuti.
Metheny ha avuto una carriera su binari paralleli, a fianco di una produzione contaminata legata a una personale visione della fusion, in grado di catturare vasti pubblici e a scalare le vette delle classifiche, ha realizzato dischi di impronta propriamente jazz, pur non esenti da varie contaminazioni.

Il suo successo commerciale è legato all’epopea del Pat Metheny Group, un ensemble che ha saputo fondere elementi diversi: jazz, musica folk, musica popolare brasiliana, bluegrass, country e atmosfere da colonna sonora in uno stile originale e accessibile al pubblico generalista, un progetto che si è fermato nel 2005 con l’album “The Way Up”.

Il Pat Metheny jazzista ha concentrato la sua attenzione sia su collaborazioni molto sperimentali come quelle con Ornette Coleman, Derek Bailey e John Zorn, che su produzioni più legate al mondo jazz mainstream nel quale il suo chitarrismo post-Jim Hall ha avuto crescente apprezzamento facendolo divenire uno degli strumentisti di riferimento del jazz moderno.

Nel nuovo album troviamo al fianco del chitarrista il suo nuovo alter-ego, il batterista Antonio Sanchez, portatore di uno stile più energico e marcato dei precedenti collaboratori di Metheny come Paul Wertico o Jack deJohnette. Anche dal vivo Sanchez infonde energia e grande varietà ritmica alle costruzioni melodiche e armoniche del chitarrista spostando l’asse sonoro verso una dimensione meno sognante e ritmicamente più incisiva e jazzistica.
Il gruppo oltre Sanchez vede la presenza di giovani musicisti della scena newyorkese come Gwilym Simcock al piano e Linda May Han Oh al contrabasso. L’orchestra Hollywood Studio Symphony composta da musicisti di Los Angeles, scelta proprio per sfruttare il tipico approccio americano alla musica da film, è stata diretta da Joel McNeely.

L’album rappresenta un quadro complessivo delle varie tendenze stilistiche di Metheny, un bilancio sonoro della sua carriera e una messa a fuoco anche delle sue peculiarità.
In primis emerge forte la dimensione orchestrale e cinematica, c’è un uso sistematico di parti di archi, ispirato al lavori di Don Sebesky e dei dischi CTI degli anni 70, e i tipici e suggestivi paesaggi armonici che definiscono il suo stile compositivo.
Nei brani, a fianco della componente jazzistica, prevalgono le inflessioni tipicamente “americane”, quel coacervo di suoni e di stili sviluppatisi negli Stati Uniti (che vanno dal bluegrass, al country, al gospel, al fingerpicking, al folk etc) che caratterizzano Metheny anche come chitarrista, con uso molto marcato di legati e armonizzazioni con quel marchio sonoro.

Già dal titolo Metheny mette in chiaro l’impostazione a cui risponde quest’opera, “Da Questo Luogo…”, il carattere sonoro del disco è demarcato dai confini naturali del continente nordamericano e dai suoi confini culturali.
Il titolo è scritto al contrario e un tornado percorre le campagne fotografate nella suggestiva copertina, a simboleggiare un’America “distorta” e “sbagliata” nella sua rappresentazione attuale, travolta da un uragano storico rappresentato dalle politiche di Trump.
Sono assenti quasi del tutto i latinismi brasiliani pop, che risentivano del successo commerciale e delle innovazioni formali introdotte dalla Musica Popolar Brasileira negli anni 80 care al Metheny “post-First Circle” e alle sue fortune commerciali e sono quasi assenti le citazioni etniche.

Il disco riporta il chitarrista nelle praterie del Missouri e nelle suggestioni sonore di “As Falls Wichita” e “Watercolors”, mette nuovamente in campo le influenze primigenie nella sua visione di musicista maturo.
L’album si apre con “America Undefinied”, traccia ispirata da un passo di un saggio di James Baldwin (“La stessa parola ‘America’ rimane un nuovo, quasi completamente indefinito ed estremamente controverso vero sostantivo, nessuno al mondo sembra sapere esattamente cosa descriva.”), un vero e proprio affresco di identità americana, una mini-suite che riporta alle costruzioni complesse di “As Falls Wichita”, una vera dichiarazione di intenti articolata in più sezioni.

Un inizio strutturalmente rigoroso ed orchestrato con una sezione centrale aperta all’improvvisazione del pianista Gwilym Simcock e dello stesso Metheny e un finale sinfonico, che rievoca suggestioni orchestrali da “Sinfonia del Nuovo Mondo”.
Un brano di apertura che non fa concessioni ad ottiche commerciali e di confezionamento del prodotto ma che si incarica di essere indice del progetto sonoro “From This Place” un po’ come avveniva nelle minisuite di “The Way Up”.
“Wide and Far” è un brano nel più tipico stile Metheny periodo “Travels”, con un incedere latineggiante, impreziosito da uno strato di archi. Il solo di chitarra semiacustica un po’ chiusa sui mediobassi caratterizza tutta la sezione centrale del brano con un breve intervento di Gwilym Simcock, ma davvero pregevole è la chiusura di contrabasso di Linda May Han Oh.

“You Are” è una suggestiva ballata sospesa incentrata su una serie di accordi circolari che cresce in una dimensione di adagio orchestrale, un progresso dinamico del brano scandito dal drumming percussivo di Antonio Sanchez.
“Same River” è nuovamente aperta da un riff di contrabasso di Linda May Han Oh, che si dimostra come uno degli elementi, insieme a Sanchez, capaci di caratterizzare il suono del gruppo.
Il tema Metheny lo esegue con un sitar elettrico su un contrappunto di archi, il pianismo di Simcock si muove su terreni lirici tipici dello stile post-evansiano caro alla tradizione metheniana.

Il chitarrista sviluppa il suo assolo con il suo tipico suono di guitar-synth Roland Gr300 sul quale ritrova il fraseggio lirico e cantabile che lo ha reso famoso.
Anche su “Same River”, dove riaffiorano elementi caratteristici dello stile del Metheny su ECM, la sinergia con l’orchestra d’archi rende il brano inaspettatamente movimentato e ricco di trovate.

“Pathmaker” è un brano del filone tipico jazz hard-bop, con una struttura armonica complessa e qualche ammiccamento latin. La traccia resta su un mood tipicamente mainstream jazz dove Simcock si muove con maggiore agilità e personalità fuori dai tracciati indicati dalla lunga collaborazione del chitarrista con il compianto Lyle Mays.
Metheny, contrappuntato dagli archi, interviene con uno dei migliori assoli del disco eseguito con la chitarra semiacustica. La sezione ritmica Sanchez-Han Oh si dimostra solida e capace di dinamica e interplay e più che richiamare i movimenti rilassati della coppia Wertico-Rodby evoca coppie molto più energiche del jazz classico come quella Ron Carter-Tony Williams.

“The Past in Us”, come suggerisce il titolo, è un momento riflessivo, una ballad armonicamente articolata sulla quale Metheny si inserisce con la chitarra acustica. Ma a caratterizzare il brano è l’armonica cromatica di Gregoire Maret, che richiama il fraseggio caldo e lirico di Toots Thielemans ma anche un uso sistematico dei suoni d’armonica che ha caratterizzato vari momenti dei lavori di Metheny.
“Everything Explained” è un latin jazz veloce e che fa riaffiorare la rielaborazione del patrimonio latin-bossa operato nel jazz caro a varie generazioni di jazzisti a partire dagli anni 60, il brano è sottolineato dall’irrequietezza ritmica di Antonio Sanchez e da un Samcock capace di un approccio ritmico e spigoloso all’assolo più vicino a Corea che al lirismo di Lyle Mays.

“From This Place” è un adagio che pesca nel patrimonio orchestrale americano, cantato da Meshell Ndegeocello, distante anni luce dai vocalismi alla Milton Nascimento di Pedro Aznar.
Nel tema riecheggia il patrimonio sonoro della musica folk statunitense, il chitarrista vi entra con la chitarra classica a corde di nylon, in una atmosfera che riporta a “Travels” o “Letter from Home”.

“Sixty Six” riporta alla luce il tipico groove spazzolato alla “Last Train Home” che fece le fortuna passata del PMG, il tema è esposto dalla chitarra semiacustica circondata dagli archi ed è un tema tipico della tradizione compositiva del chitarrista.
L’assolo di basso mette di nuovo in luce il ruolo di Linda May Han Oh, assolutamente presente e decisiva alla definizione di questa rilettura retrospettiva della tradizione metheniana.

“Love May Take Awhile” che chiude il disco è una tipica ballad jazz, il suono di Metheny è completamente immerso nella tradizione jazzistica di riferimento, quella di Jim Hall. L’arrangiamento d’archi tipico dell’accompagnamento orchestrale del jazz classico conferisce al brano una dimensione sonora vintage, quasi “sinatriana”.
Il disco mette a fuoco la visione che Metheny ha oggi di sé stesso, del suo suono, della sua carriera. Un bilancio sonoro di ciò che ha fatto e sa fare, arricchito sia dal contributo di artisti nuovi che lo accompagnano in grado di aggiungere elementi di novità e freschezza alle idee del leader che da una sapiente regia orchestrale che impreziosisce i brani del disco. Uno dei migliori capitoli della carriera del Metheny recente.