Disoccupazione? solo al 15%.

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In Spagna? No, no, proprio in Italia. Tra un anno? No, no, proprio adesso. Basta avere la decenza di non nasconderci dietro a un paio di dita e di sommare le percentuali che vanno sommate.

Le statistiche ufficiali danno il tasso di disoccupazione in Italia all’8,3% durante l’ultimo trimestre per i quali le stime sono disponibili, ossia il quarto trimestre 2009. Questo numero è inferiore sia alla media dell’area Euro dove è stimato al 10% (con un’impressionante massimo del 19,1% in Spagna a marzo 2010) sia agli Stati Uniti dove il mese scorso si assestava al 9,9%.

Il tasso di disoccupazione è un indicatore piuttosto povero dello stato del mercato del lavoro, per una serie di ragioni che si spiegano nei corsi base di macroeconomia (e che vanno dalla natura ciclica del fenomeno alla definizione elusiva del concetto stesso di disoccupazione). Tuttavia è un indicatore di facile comprensione e per questo riceve grande attenzione da parte dei mezzi di informazione e dei politici. Vale quindi la pena spenderci una parola, anche se scopriamo che l’hanno già fatto Giornalettismo,polisblog.it, e persino

e persino la CGIL. Non importa, repetita iuvant.

Il fatto che in Italia la disoccupazione ufficiale sia rimasta relativamente bassa durante la recessione mentre amentava più rapidamente altrove, ha certamente fatto piacere a molti e comodo a molti altri per poter dire che – in fondo vedete? – non siamo così male e reggiamo bene l’urto rispetto al resto d’Europa. La figura sotto mostra la disoccupazione annua media dal 2005 al primo trimestre 2010, dalle statistiche del lavoro dell’OCSE.

Sembriamo i più virtuosi di questo gruppone dopo la Germania (la stima OCSE per l’Italia, nel primo trimestre 2010, è un ragionevole 8,6%, prendiamo nota). Ma non è così. Vediamo perché, mettendo insieme in modo sistematico una varietà di osservazioni già fatte, in modo sparso, da vari altri osservatori ed in altri siti ed aggiungendo un pelino di nostro.

Ora, se prendiamo la definizione tecnica di disoccupazione (non essere impiegati sul mercato ricevendo un salario ed essere in ricerca attiva di tale impiego) non c’è nulla da aggiungere e i numeri sono quelli. Ma se guardiamo per un momento alla sostanza al di là delle etichette statistiche (chi sono e cosa fanno le persone che ci sono dietro ai numeri, diceva Soru …) allora ci sono due osservazioni rilevanti.

Primo, in Italia nell’ultimo anno si è fatto ricorso massiccio alla cassa integrazione. I cassintegrati sono de facto disoccupati (sono persone che non lavorano ma vorrebbero lavorare) ma non lo sono secondo la definizione usata dall’istat (che si appoggia sul fatto che non dichiarano di cercare lavoro perché ricevono uno speciale sussidio in virtù del quale sono solo “sospesi” dalla prestazione ma restano legati al datore di lavoro). L’articolo di Giornalettismo linkato sopra documenta che questi sono il 3,1% della forza lavoro. Prendiamo nota.

L’OCSE pubblica anche (seguendo lo stesso link riportato sopra) interessanti stime dell’incidenza dei lavoratori scoraggiati dal cercare lavoro. Un lavoratore scoraggiato è una persona che non ha lavoro ma non è nemmeno disoccupata perché non lo sta cercando a causa della situazione economica. È una indice interessante da osservare perché durante le recessioni il tasso di disoccupazione potrebbe risultare artificialmente basso proprio perché tanti ex-lavoratori non si prendono la briga di cercare lavoro (condizione essenziale per essere elencati fra i disoccupati secondo la definizione usata universalmente).

L’OCSE, come potete verificare, pubblica questa stima considerando quelli che tra questi lavoratori scoraggiati sarebbero disposti a lavorare se ne avessero l’opportunità. E li quantifica relativamente alla forza lavoro. Anche questi sono de facto disoccupati allora, se guardiamo alla sostanza del fenomeno. Quanti sono in Italia? Tanti, stima l’OCSE: il 4,1% della forza lavoro. E sono molto più che altrove, come mostra la figura sotto.

Ora mettiamo insieme le note. Poiché al denominatore di disoccupati, cassa integrati e scoraggiati c’è sempre lo stesso numero (le forze di lavoro) queste percentuali si possono sommare. A quanto ammonta nel primo trimestre 2010 il tasso di disoccupazione de facto, quello che considera la sostanza, in Italia? Riposta:

8,6% + 3,1% + 4,1% = 15,8%.

Se non è il 20,3% della Spagna (facendo lo stesso conto per loro che hanno un 1,2% di disoccupati scoraggiati rispetto alla forza lavoro ma non hanno alcuna cassa integrazione) poco ci manca.

Ma non basta. Se davvero si è interessati alla sostanza di quanta gente lavora e quanta non lavora nel nostro paese, occorre anche ricordarsi che il tasso di disoccupazione viene calcolato nel seguente modo. Si calcolano gli occupati, O. Poi si calcolano i disoccupati (definiti come sopra), D. Poi si sommano gli occupati ed i disoccupati e si ottiene così la forza di lavoro, FV = O + D. Tutti coloro che sono in età per lavorare (dai 16 ai 64) ma non appartengono alla FV perché o studiano o fanno volontariato o lavorano in altro modo fuori dal mercato (in casa, ad esempio) oppure non fanno assolutamente nulla, non appaiono in queste statistiche. Questo vuol dire che, se per caso un paese ha tanta gente di età compresa fra i 16 ed i 64 anni che non fa assolutamente nulla, allora in quel paese il tasso di disoccupazione potrebbe essere molto basso anche se i nullafacenti sono tantissimi.

Nel confronto fra Italia e Spagna questo aspetto conta, eccome se conta (per i dettagli dei dati che seguono, ultimo trimestre del 2009, andare alle apposite pagine ISTATINE). Chiamiamo PEL (popolazione in età lavorativa) tutti coloro che hanno fra i 16 ed i 64 anni. Si dà il caso che in Spagna siano 30 milioni e 850 mila, mentre in Italia sono 40 milioni e 105 mila. Le forze di lavoro sono 25 milioni e 66mila in Italia mentre sono 23 milioni e 6mila in Spagna. Il lettore attento avrà già notato il problema: gli inattivi, in percentuale di PEL, sono ben il 37,5% in Italia mentre sono solo il 25,91% in Spagna. Il tasso di inattività è uguale a 1 meno il tasso di attività: gli inattivi, per chi si stesse perdendo nei numeri, sono coloro che potrebbero lavorare (stanno nel PEL) ma non ci provano nemmeno (non sono in FV).  E no, questa differenza non è dovuta al fatto che la frequentazione scolastica ed universitaria è in Italia maggiore che in Spagna nei gruppi di età fra 16 e 25 o anche 30 anni. I due valori sono praticamente equivalenti (e sulle miracolose statistiche italiane degli ultimi anni, ci sarebbe da discutere, ma lasciamo stare).

Quindi, se ora calcoliamo il tasso di occupazione per, rispettivamente, Spagna ed Italia, facendo il rapporto fra O e PEL, otteniamo: 59,14% e 57,15%! Ma non basta fermarsi qui, occorre ritornare sopra e ricordarsi che, in Italia, quel 3,1% di cassaintegrati (777mila persone circa) viene considerato “occupato”, ossia è compreso in O! Se togliamo quei 777mila finti occupati dai 22 milioni e 922mila occupati ufficiali che l’ISTAT riporta, gli occupati veri italiani sono 22 milioni e 145mila. In percentuale della PEL questo dà il 55,21%. Siccome in Spagna la CIG non c’è, non c’è bisogno di fare un aggiustamento analogo per i dati di quel paese.

Morale: il tasso di occupazione fra le persone in età lavorativa è del 55,21% in Italia e del 59,14% in Spagna.

Questo non vuol dire che la Spagna stia bene, come qualcuno potrebbe pensare. La Spagna sta male ed è nei guai seri. Vuol dire invece che, contrariamente alle trombonate che escono da via XX Settembre e paraggi, l’Italia è ancora più nei guai e sta ancora peggio che la Spagna.

P.S.: Quelli che hanno visto qualche settimana fa la puntata di Annozero con ospite Giulio Tremonti e molto opportunamente intitolata “Il Profeta” ricorderanno che a un certo punto il Ministro ha detto “E poi, guardi, Santoro, le percentuali non si sommano… ma lasciamo perdere, non fatemi fare l’economista”, sorridendo e provocando il sorriso del pubblico divertito. Ecco, Voltremontone nostro – come si dice dalle parti di uno di noi tra un bicchiere di rosso e un toscano – l’ha buttata in bilia anche stavolta.

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articles/1839#body

1 COMMENTO

  1. Interessantissimo.
    Mi chiedo pero’ come faccia l’OCSE a distinguere gli scoraggiati dagli inattivi e a quantificarli.
    Per quanto riguarda gli inattivi, poi, in Italia e’ ancora forte la casalinghitudinita’, le donne che fanno quel che e’ giusto facciano le donne, ci sono sempre state, forse aggiungerle alle statistiche significa applicare forzatamente un modello culturale non appropriato.

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