20 album Progressive moderno 2000/2009
Per comprendere il passaggio dal progressive rock pionieristico degli anni Settanta alle sue declinazioni del nuovo millennio, non basta enumerare i cambi di formazione; occorre analizzare la mutazione dei codici fisici, acustici e matematici che governano la creazione del suono.
Siamo di fronte a due ere geologiche distinte: la prima da un’esplorazione empirica e artigianale dello spazio acustico, la seconda dominata da una griglia digitale assoluta, capace di ridefinire i limiti fisici dell’esegesi strumentale.
Le band degli anni Settanta strutturavano i propri arrangiamenti attorno a tre pilastri ingombranti: l’organo Hammond B3 (con i suoi rotori Leslie che sfruttavano l’effetto Doppler fisico), il sintetizzatore analogico monofonico (il Minimoog, privo di memorie per i suoni) e il Mellotron. Il progressive degli anni Settanta inoltre, utilizzava una grammatica armonica ereditata dalla musica classica del Sette-Ottocento (in particolare il tardo romanticismo) e dal jazz modale.
Nei primi anni Duemila, la rivoluzione digitale abbatte queste barriere fisiche, spostando l’attenzione sull’ampliamento dello spettro delle frequenze udibili. Nel nuovo millennio, l’armonia subisce una scomposizione traumatica. Con l’avvento di band come Meshuggah o Tool, il baricentro si sposta dall’armonia classica al ritmo-centrismo.
Alessio Redrum
20. Beardfish – Sleeping in Traffic: Part Two (2008)
Il primo della lista dei 20 album Progressive moderno 2000/2009, è è Sleeping in Traffic: Part Two. La dimostrazione che il progressive rock sa anche essere ironico, teatrale e divertente. Gli svedesi Beardfish firmano un’opera fresca, che profuma di anni Settanta ma possiede l’urgenza espressiva del Duemila.
La suite finale di 35 minuti è un saggio di teatro rock. Dal punto di vista esecutivo, l’album si distingue per l’uso massiccio dell’organo Hammond e del piano elettrico Wurlitzer, che dialogano con chitarre hard rock. Le strutture ritmiche si rifanno al jazz-rock, con un uso spigliato del sincopato e accenni di musica da cabaret.
Influenze: Un viaggio satirico e surreale attraverso i vizi della società moderna. Le influenze evidenti sono Frank Zappa, i King Crimson dell’era In the Court, lo zeuhl dei Magma e il rock demenziale d’avanguardia.
19. Spock’s Beard – V (2000)
Il canto del cigno della formazione storica guidata da Neal Morse. Un album splendente, ricco di armonie vocali complesse e di un ottimismo compositivo che sembrava perduto nel panorama rock di fine secolo.
Il punto più alto del disco è la suite The Great Nothing. Tecnicamente, l’album brilla per l’uso del contrappunto vocale a quattro voci (tecnica ereditata dai Gentle Giant) e per gli incastri ritmici frenetici guidati dalla batteria di Nick D’Virgilio. La scrittura armonica fa ampio uso di modulazioni e cambi di tempo continui ma privi di spigolosità.
Influenze: Una narrazione sulla ricerca della propria identità artistica e spirituale. Le influenze mescolano il sinfonismo dei Jethro Tull e degli Yes con la sensibilità pop dei Beatles.
18. Transatlantic – Bridge Across Forever (2001)
Per gli amanti del progressive rock classico, questo super gruppo rappresenta la terra promessa dei primi anni Duemila. Un ritorno fiero e senza compromessi alle grandi suite multi movimento che hanno fatto la storia del genere.
L’album contiene solo quattro tracce, di cui tre suite, due superano i ventisei minuti. La struttura compositiva riprende fedelmente i canoni del prog sinfonico: lunghe cavalcate di tastiere (Hammond, Mellotron), contrappunti classici tra basso e chitarra, e testi utopici. La perizia risiede nel saper legare insieme decine di temi melodici differenti senza frammentare l’unità dell’opera.
Influenze: Un omaggio filologico all’età dell’oro del rock progressivo. I punti di riferimento sono i padri fondatori: Yes, Genesis, Gentle Giant e The Flower Kings.
17. Oceansize – Frames (2007) 
Uno dei segreti meglio custoditi del progressive rock britannico. Frames è un vero e proprio monolite sonoro, un album strumentalmente densissimo che unisce la malinconia del post-rock alla complessità del math-rock.
L’interazione tra le tre chitarre elettriche costituisce il fulcro dell’album: ognuna esegue linee melodiche o ritmiche complementari, spesso in tempi diversi, creando una trama polifonica decisamente ardita. I brani si sviluppano su tempi insoliti come “l’undici ottavi” di Trail of Fire) mantenendo però un impatto viscerale e cinematico.
Influenze: L’estetica rimanda alle architetture industriali e geometriche di Manchester. Le influenze dominanti sono i King Crimson dell’era Red, i Tool e i bardi del post-rock scozzese Mogwai.
16. Devin Townsend – Terria (2001)
Un monumento al massimalismo sonoro. Il genio canadese partorisce un’opera fluviale dedicata alla terra e all’isolamento geologico, definendo il concetto di “muro di suono” applicato al metal d’avanguardia.
Townsend utilizza la tecnica della sovraincisione massiccia delle chitarre per creare un’intelaiatura paradossale di frequenze ispirate alla drone-music, sopra la quale si muovono melodie aperte ed eclettiche. La struttura dei brani ignora la forma canzone tradizionale, procedendo come un gigantesco contenitore di sonori e improvvisi squarci acustici o campionamenti ambientali.
Influenze: Un omaggio alla vastità selvaggia del paesaggio canadese. I riferimenti stilistici spaziano dalla New Age di Enya alla violenza industriale degli Strapping Young Lad?! (progetto parallelo dello stesso Townsend), passando per la psichedelia visionaria dche ricorda vagamente i Jane’s Addiction.
15. Coheed and Cambria – Good Apollo, I’m Burning Star IV… (2005)
L’anello di congiunzione tra l’epopea prog degli anni Settanta e l’esplosione post-hardcore / emo degli anni Duemila. Un’opera mastodontica, barocca, pop e violentissima al tempo stesso.
L’album alterna agili ganci melodici radiofonici a suite strutturate in più parti (la serie delle Willing Well). Il guitar-work è un tributo costante al classic rock (assoli fulminei, riff a doppie chitarre armonizzate alla Thin Lizzy) innestato su strutture narrative spezzate da cambi di tempo improvvisi e accelerazioni hardcore.
Influenze: L’album funge da colonna sonora a una saga a fumetti creata dal cantante Claudio Sanchez. Le influenze musicali sono un mix eclettico che unisce i Rush di 2112, gli Iron Maiden e il pop-punk della scuderia americana di inizio millennio.
14. Cynic – Traced in Air (2008)
Il secondo album dei Cynic che celebra il ritorno sulle scene della band dopo quindici anni di silenzio; questa opera si concretizza in un gioiello di perfezione formale. Il metal estremo viene purificato e sublimato attraverso una lente jazz-fusion immateriale.
Paul Masvidal utilizza linee vocali filtrate attraverso il vocoder (chiamato “alieno cosciente”) che si intrecciano con raffinate armonie di chitarra, basate su accordi di nona e undicesima. La sezione ritmica brilla per un drumming leggero ma geometricamente impeccabile, ricco di dinamiche mutuate dal jazz e applicate a tempi dispari. Niente mi toglie dalla testa che per “Lateralus” i Tool si siano ispirati, forse, proprio al brano d’apertura di “Traced in Air”, ma sicuramente è solo una mia impressione.
Influenze: Fortemente influenzato dalle filosofie orientali e dalla meditazione trascendentale. I punti di riferimento storici sono i Mahavishnu Orchestra, i Weather Report e il death metal tecnico dei Death.
13. Pain of Salvation – Remedy Lane (2002)
Il vertice drammaturgico del progressive metal. Daniel Gildenlöw mette a nudo la propria anima in un concept album crudo, doloroso e strutturato come una pièce teatrale delirante.
Dal punto di vista tecnico, l’album è un incubo di asimmetrie: brani come Fandango utilizzano complessi poliritmi in cui la voce segue una scansione temporale disallineata rispetto agli strumenti. La scrittura armonica predilige accordi dissonanti e tonalità minori, assecondando i repentini sbalzi d’umore del cantato, che spazia dal sussurro al grido disperato.
Influenze: Un’autobiografia analitica che affronta temi cari a Daniel Gildenlöw. Le radici musicali affondano nel progressive classico dei Genesis, nel metal dei Faith No More e nel cantautorato colto europeo.
12. Symphony X – The Odyssey (2002) 
La massima espressione del progressive metal neoclassico e power del decennio. Michael Romeo firma un’opera in cui il mito antico rivive attraverso una magniloquenza orchestrale e una ferocia esecutiva senza pari.
La suite omonima di 24 minuti mostra una gestione magistrale della tecnica della variazione tematica. La chitarra di Romeo dialoga in contrappunto serrato con arrangiamenti orchestrali scritti interamente al computer (tramite campionamenti di altissimo livello per l’epoca). I tempi sono costantemente sincopati e la transizione tra le sezioni sfrutta modulazioni di tonalità repentine.
Influenze: Chiaramente ispirato all’Odissea di Omero. I riferimenti stilistici uniscono la tecnica chitarristica di Yngwie Malmsteen alla grandiosità compositiva di Igor Stravinskij e John Williams.
11. Green Carnation – Light of Day, Day of Darkness (2001) 
Un azzardo compositivo unico nella storia della musica d’avanguardia: un intero album composto da un’unica, monumentale traccia di un’ora. Un’esperienza d’ascolto titanica che, grazie ai nostri norvegesi, ridefinisce i confini dell’epic metal.
La macrostruttura del brano si sviluppa attraverso movimenti tematici ricorrenti ma costantemente riscritti nell’arrangiamento. Terje Vik Schei, meglio conosciuto come “Tchort” (mente del progetto) unisce riff doom metal a un’orchestra classica, un coro di bambini e interventi vocali lirici, gestendo transizioni senza mai far perdere all’ascoltatore il filo conduttore dell’opera.
Influenze: L’opera nasce come elaborazione artistica di una tragedia familiare del compositore. Esteticamente vicina al sinfonismo tardo-romantico, risente dell’influenza del gothic metal europeo e del prog d’atmosfera dei primi anni Novanta.
10. Riverside – Second Life Syndrome (2005) 
Il capolavoro del progressive polacco. Un album cupo, malinconico e graffiante, capace di raccogliere l’eredità del prog classico europeo e rivestirlo di una sensibilità metal moderno e privo di fronzoli.
La forza dell’album risiede nel balance tra l’aggressività delle ritmiche e la natura liquida delle linee melodiche. Mariusz Duda imposta linee di basso calde e pulsanti, mentre la chitarra solista predilige assoli prolungati basati sulla scala minore naturale, evocando una tensione emotiva costante che si risolve in esplorazioni strumentali dal sapore space-rock.
Influenze: Un viaggio psicologico incentrato sul superamento del lutto e sulla rinascita esistenziale. Musicalmente si colloca a metà strada tra l’oscurità dei Tool, il lirismo dei Pink Floyd e la malinconia dei Marillion dell’era Hogarth.
9. Isis – Panopticon (2004) 
La sublimazione del post-metal. Panopticon rallenta i bit del progressive rock per dilatarli in paesaggi sonori di immensa portata emotiva, dove il silenzio ha lo stesso valore specifico del rumore.
Il disco evita l’esibizionismo virtuosistico puntando sulla crescita dinamica incrementale (struttura a crescendo). Le chitarre lavorano per sottrazione, tessendo trame minimaliste basate su delay e riverberi che si raccolgono fino a collassare in un muro di suono saturo e distorto. Il basso funge da ancora armonica profonda, mantenendo intatta la stabilità strutturale.
Influenze: Ispirato alle teorie filosofiche sul controllo sociale di Jeremy Bentham e Michel Foucault. Le influenze primarie si rintracciano nel post-rock dei Mogwai, nel minimalismo dei Godspeed You! Black Emperor e nella pesantezza cerimoniale dei Neurosis.
8. Dream Theater – Six Degrees of Inner Turbulence (2002) 
Il lavoro più ambizioso e poliedrico della band newyorkese negli anni Duemila, è nella lista dei 20 album Progressive moderno. Un doppio album che esplora i meandri dei disturbi psichici attraverso una varietà di registri stilistici che spiazzò i puristi del genere.
Il secondo disco è occupato interamente dalla title-track: una suite orchestrale di 42 minuti suddivisa in otto movimenti. Qui la band sperimenta l’integrazione tra partiture sinfoniche classiche, tempi dispari serrati e riff heavy influenzati dal groove metal dell’epoca. L’uso dei synth da parte di Jordan Rudess spinge la ricerca sonora verso l’avanguardia tecnologica.
Influenze: Un’indagine clinica e umanistica sulle patologie della mente. I riferimenti compositivi spaziano dalle grandi opere sinfoniche di Gustav Mahler al rock teatrale dei Kansas fino ai seminali Genesis.
7. Between the Buried and Me – Colors (2007) 
Un mosaico enciclopedico dove ogni genere musicale concepibile viene frantumato e ricomposto in una narrazione fluida di 64 minuti. Un disco coraggioso, che abbatte le barriere tra il metalcore, extreme metal e il rock classico, come ad esempio la splendida “Sun Of Nothing”.
L’album è strutturato come un’unica traccia continua. La complessità risiede nei repentini mutamenti stilistici: in pochi secondi si passa da blast beat tipici del death metal a intermezzi jazz manouche, polka, o assoli di chitarra dal lirismo marcatamente floydiano. Il contrappunto tra le tastiere e le chitarre segue logiche neo-classiche di pregevole fattura.
Influenze: Un manifesto di postmodernismo musicale. Le influenze dichiarate sono un cortocircuito controllato tra i Gentle Giant, i Dream Theater, i Pantera, per sfiorare persino gli Smashing Pumpkins.
6. Meshuggah – obZen (2008) 
L’album che ha codificato e canonizzato un intero sotto-genere moderno (il djent). Gli svedesi ridefiniscono il concetto di pesantezza matematica attraverso un’estetica algoritmica che lascia sbalorditi per rigore ed esecuzione.
L’intero disco si fonda sul principio della sovrapposizione metrica: la sezione ritmica esegue pattern dissonanti e dispari con le chitarre a 8 corde, mentre la batteria mantiene un tempo costante in 4/4 sul piatto charleston. Bleed, che ritengo sia il capolavoro del disco, è un saggio accademico di tecnica esecutiva, basato su gruppi di note in terzine eseguiti con un uso serrato del doppio pedale.
Influenze: Una critica feroce alla deumanizzazione dell’uomo contemporaneo. Dal punto di vista strutturale, l’approccio compositivo è accostabile al serialismo e alla musica contemporanea di Igor Stravinskij, applicati al thrash metal destrutturato dei Metallica.
5. Mastodon – Crack the Skye (2009) 
Il quintetto della classifica dei 20 album Progressive moderno 2000/2009, è Crack the Skye. La dimostrazione che lo sludge può elevarsi a sinfonia cosmica. Crack the Skye è un viaggio cosmico e spirituale che unisce la tragedia personale della band alla mitologia russa, condensato in suite monumentali.
L’intelaiatura chitarristica abbandona la frenesia cromatica degli esordi per concentrarsi su arpeggi modali e riff dal sapore psych-rock anni Settanta. Le transizioni ritmiche sono fluide, meno spigolose rispetto al passato, prediligendo tempi composti come il 6/8 e il 12/8 che conferiscono ai brani un andamento cerimoniale ed epico.
Influenze: L’ispirazione visiva e testuale unisce l’estetica della Russia zarista ai viaggi astrali della fisica quantistica. I numi tutelari dell’opera sono i Pink Floyd dell’era Animals (vedi la suite the Czar), e il post metal dei Neurosis.
4. The Mars Volta – De-Loused in the Comatorium (2003) 
Un tornado di pura anarchia. Uscito dalle ceneri della band post-hardcore At the Drive-In, questo album d’esordio rappresenta un elettroshock per il progressive, svuotato da ogni accademismo e riempito di furia punk e calore latino.
La struttura compositiva è un labirinto di improvvisazione jazz-fusion (articolata su scale esatonali e scale minori armoniche) sorretto da ritmiche afro-cubane sincopate. La performance vocale sperimenta costantemente registri acuti estremi, mentre le chitarre utilizzano un arsenale di effetti analogici che sfociano nel rumorismo astratto e nella psichedelia acida, con il bene placido di Rick Rubin.
Influenze: Un concept album surrealista ispirato alla morte dell’artista Julio Venegas. I riferimenti artistici ideali sono Salvador Dalí e Alejandro Jodorowsky; musicalmente si avvertono le collisioni tra il Miles Davis di Bitches Brew, i Led Zeppelin e i Santana più sperimentali
3. Porcupine Tree – In Absentia (2002) 
L’opera che ha sdoganato il progressive rock psichedelico presso il grande pubblico degli anni Duemila. Steven Wilson riesce a far coesistere melodie pop cristalline con improvvise incursioni heavy, creando un affresco sonoro di sconvolgente bellezza e inquietudine urbana.
Dal punto di vista armonico, l’album abbandona le lunghe suite cosmiche degli anni Novanta in favore di forme canzone apparentemente accessibili, ma arricchite da arrangiamenti polifonici complessi e accordature ribassate (Drop D). L’uso dei synth e del Mellotron non è decorativo, ma funge da collante frequenziale per smussare gli angoli delle chitarre sature.
Influenze: I testi esplorano le devianze psicologiche e l’alienazione della società post-industriale. Le radici affondano nel pop d’autore dei Talk Talk, innestate sulla violenza controllata dei Nine Inch Nails e dei Tool.
2. Opeth – Blackwater Park (2001) 
Il perfetto punto di fusione tra la brutalità del death metal e la grazia pastorale del folk-rock britannico. Sotto la produzione meticolosa di Steven Wilson, gli svedesi firmano il manifesto del progressive metal estremo del nuovo secolo.
L’album vive di un dualismo strutturale profondo. Le composizioni, che superano quasi tutte i dieci minuti, si sviluppano tramite accostamenti per contrasto (tecnica del chiaroscuro). Si passa da riff in accordatura aperta (Open D) caratterizzati da un guitar-working di scuola svedese a intermezzi acustici debitori del folk barocco, dove le armonie vocali pulite si contrappongono a un growl profondo e teatrale.
Influenze: L’estetica rimanda direttamente al decadentismo letterario e al romanticismo pittorico nordeuropeo di fine Ottocento. Le influenze principali spaziano dai Camel e i Caravan per le trame melodiche, fino alle furia dei Morbid Angel e Celtic Frost.
1. Tool – Lateralus (2001) 
Il primo in assoluto dei 20 album Progressive moderno 2000/2009, è il maestoso capolavoro dei Tool. L’opera zenit monumentale per il millennio nascente. Lateralus converte il metal alternativo in un rituale di rara potenza ipnotica. La band abbandona parzialmente il nichilismo degli esordi per abbracciare una catarsi sonora che fonde carne, matematica e spirito.
Il fulcro compositivo poggia sulla celebre applicazione della successione Fibonacciana nella traccia omonima, dove le sillabe del cantato e i mutamenti di tempo (9/8, 8/8, 7/8) seguono rigorosi pattern numerici. La sezione ritmica lavora su poliritmie asincrone: mentre la batteria sviluppa cicli metrici dispari, il basso mantiene ostinati ipnotici in distorsione solida, creando un contrasto dinamico basato sulla tensione e sul rilascio ondulatorio.
Influenze: Visivamente e concettualmente legato all’arte visionaria di Alex Grey, l’album attinge all’alchimia e alla geometria sacra. Musicalmente, sintetizza il misticismo ipnotico dei King Crimson, raccogliendo l’eredità di Discipline con la pesantezza monolitica del metal industriale dei primi anni Novanta.
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