Pebbledash – To Cast The Sea In Concrete recensione
Esordio eccellente per questa interessantissima band irlandese, un album che sorprende e che scuote.
La caratteristica più affascinante di questo disco è la sua morfologia compositiva, che richiama il titolo stesso: fissare la fluidità. I Pebbledash lavorano sulla costruzione lenta e ossessiva di visionari mondi sonori. Le strutture sono basate su architetture ritmiche che si ripetono e mutano per addizione o sottrazione di elementi.
Le tracce si sviluppano spesso come progressioni ardite, dove i motivi ciclici (tipici del drone e del minimalismo) fungono da fondamenta. Il senso di compressione temporale è notevole, con momenti che mantengono la stessa figurazione ritmica per minuti, creando una tensione a tratti inquietante che raramente viene risolta in un climax tradizionale; piuttosto, sfocia in una decostruzione improvvisa della struttura sonora stessa. È un approccio che ricorda le indagini sulla ripetizione e sulla variazione minima di compositori come Steve Reich, filtrate attraverso il rumore e la potenza delle chitarre elettriche.
La voce in “To Cast The Sea In Concrete” è usata con estrema parsimonia e, quando presente, opera come un elemento di disturbo calcolato. Il timbro è spesso monotono, quasi declamatorio, privo di enfasi melodica, e si posiziona in un registro medio-basso.
L’elemento chiave è la descrizione sonora: la voce è spesso filtrata, saturata o intrappolata in delay e reverb che la rendono distaccata dal primo piano, quasi come una trasmissione radio disturbata. Questo espediente tecnico amplifica il senso di comunicazione interrotta, di abbandono e di desolazione urbana. È certamente un approccio che si contrappone alla vocalità dream pop eterea, scegliendo invece una timbrica opaca e granulosa che si fonde perfettamente con le strutture chitarristiche più abrasive.
In realtà sono le chitarre dei Pebbledash ad essere l’asse portante, difatti creano dei veri e propri muri sonori inquietanti. I timbri sono freddi, metallici, spesso ottenuti attraverso accordature ribassate e un sapiente uso di pedali fuzz e sustain (un chiaro debito verso i Sunn O))) o i Boris meno metallici). Quando la band accelera, il sound si asciuga e diviene angolare, con l’urgenza post-hardcore di band come i Fugazi.
In To Cast The Sea In Concrete si percepiscono chiaramente le sonorità industriali della prima ondata (ad esempio, certe atmosfere dei Throbbing Gristle), l’intensità del post-metal (Neurosis), e il mondo del post-rock più cupo degli Explosions In The Sky nelle loro fasi più ruvide.
L’album dei Pebbledash è una sorta di indagine nel mondo della desolazione post-industriale e alienazione modernista. L’estetica rimanda alla fotografia di paesaggi urbani grigi e distopici e all’architettura brutalista: forme pure, essenziali, ma opprimenti. La musica è una vera e propria traduzione in suono del cemento armato: fredda, solida, apparentemente immutabile, ma che nasconde sotto la sua superficie una profonda erosione emotiva.
“To Cast The Sea In Concrete” è un disco che eccelle nella gestione della sottrazione e nella densità concettuale. È un’opera che parla di vuoti e di strutture, di resistenze e di crolli. Per chiunque apprezzi la musica come indagine sulla forma e sul timbro, e non abbia paura di confrontarsi con la durezza espressiva del rock sperimentale.
Prince Faster.
Pebbledash – To Cast The Sea In Concrete in alta qualità
Pebbledash – To Cast The Sea In Concrete – Track List:
- Sí Bheag, Sí Mhór
- Tiles & Moss
- Isn’t It Always
- An Fear Marbh
- Cell
- O The Wind
- The Shape of A Day
Line Up
Fionnbharr Hickey (vocals, guitar), Asha Egan McCutcheon (vocals), Cormac Donovan O’Neill (synth, keys), Eoin Schuch (drums), and Jack Cashman (bass)
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