Fairyland Codex dei Tropical Fuck Storm, si conferma un’ulteriore evoluzione nel sound della band australiana, un lavoro che, pur mantenendo salde le radici nel loro peculiare post-punk contaminato, si apre a esplorazioni che richiamano generi affini.
Fairyland Codex dei Tropical Fuck Storm è un album abbastanza cervellotico e decisamente creativo. Nel disco emerge l’ormai inconfondibile marchio di fabbrica del quartetto australiano: un’atmosfera tesa e distorta, sostenuta da ritmi irregolari e dalla voce sardonica e ipnotica di Gareth Liddiard. Eppure, in questo loro ultimo lavoro, si percepisce una maggiore fluidità, una volontà di spingersi oltre i confini del loro consolidato sound, accennando a territori musicali che, pur non essendo direttamente espliciti, ne arricchiscono la palette.
L’apertura con “The Golden Shroud” è un pezzo che evoca immediatamente l’energia grezza e caotica del loro precedente “Goody Goody Gumdrops”. Tuttavia, già in brani come “Miasma Blossom” si inizia a percepire una maggiore forza creativa. Le chitarre fuori armonia di Liddiard e Erica Dunn creando un mondo musicale che, a tratti, rimanda all’approccio sperimentale dei Sonic Youth. Come disse Kim Gordon, “Siamo sempre stati interessati a come i suoni potevano comunicare emozioni o idee in un modo non necessariamente didascalico. Non doveva essere bello per essere significativo”. Questa ricerca di significato attraverso la dissonanza è palpabile in “Fairyland Codex”, dove l’estetica del “rumore” viene elevata a forma d’arte.

Il lato più psichedelico dei Tropical Fuck Storm emerge in pezzi come “Bye Bye Snake Eyes”, dove le progressioni armoniche e i “reverb” ricordano certi passaggi dei King Gizzard & The Lizard Wizard della fase più lisergica. La capacità dei TFS di costruire tensioni e poi scioglierle in esplosioni catartiche trova qui una nuova dimensione. “Il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare un’esperienza immersiva, quasi un trip”, ha affermato Stu Mackenzie dei King Gizzard, e i Tropical Fuck Storm sembrano aver abbracciato appieno questa filosofia in alcuni dei momenti più evocativi del disco.
In Fairyland Codex, non mancano le tracce che mantengono il tipico incedere post-punk, con ritmiche spigolose e linee di basso insistenti, come in “Bloodsport”. Qui, l’influenza dei The Birthday Party e dei The Scientists, band che hanno plasmato il sound più oscuro e viscerale del panorama australiano, è evidente. Nick Cave, parlando dei Birthday Party, una volta disse: “Eravamo interessati all’idea di creare una musica che fosse brutale, ma anche bella nella sua brutalità”. I Tropical Fuck Storm ereditano questa dualità, infondendo nelle loro composizioni una bellezza ruvida e non convenzionale.
La chiusura con la title-track, “Moscovium”, è un’esperienza quasi mistica. Il brano si estende in una jam ipnotica e quasi improvvisata, con elementi drone che si dissolvono lentamente, lasciando l’ascoltatore in uno stato di sospensione. Questo approccio più contemplativo e meno aggressivo richiama a tratti la sperimentazione di band noise rock come gli Swans, dove il ritmo rallenta per fare spazio a muraglie sonore dense e opprimenti, ma anche profondamente meditative. Michael Gira degli Swans ha spesso parlato del “potere della ripetizione per indurre uno stato di trance”, e i TFS sembrano aver colto appieno questa lezione in questo pezzo finale.
“Fairyland Codex” non è solo un ottimo disco dei Tropical Fuck Storm, ma anche un’affermazione della loro continua evoluzione. Pur rimanendo fedeli alla loro estetica distintiva, dimostrano una maturità artistica che li porta a esplorare nuove sonorità, attingendo, consapevolmente o meno, a un ricco patrimonio di generi affini.
Un viaggio lisergico, a tratti inquietante, ma sempre affascinante.
Tropical Fuck Storm – Fairyland Codex Playlsit:
1 Irukandji Syndrome
2 Goon Show
3 Stepping on a Rake
4 Teeth Marché
5 Fairyland Codex
6 Dunning Kruger’s Loser Cruiser
7 Bloodsport
8 Joe Meek Will Inherit the Earth
9 Bye Bye Snake Eyes
10 Moscovium
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