The Claypool Lennon Delirium recensione

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The Claypool Lennon Delirium “Monolith Of Phobos” (Ato Records, 2016)

Si è formata una sorprendente, quanto sinergica, nuova coppia del rock contemporaneo composta dal mitico bassista-cantante dei Primus, gruppo leggendario dell’alternative rock degli anni 90, Les Claypool e dal figlio di John Lennon e Yoko Ono, Sean Lennon.
Les Claypool ha alle spalle una lunga carriera permeata attorno sia alle qualità di strumentista originale e tecnicamente eccelso che a quelle di autore ed interprete di grande eclettismo, Sean Lennon, già collaboratore di Cibo Matto, è un abile chitarrista e cantante ma che paga lo scotto delle sue ingombranti origini con inevitabili raffronti con il lavoro del padre. I due hanno dato vita al progetto Les Claypool Lennon Delirium , dopo essersi conosciuti nel 2015 sul palcoscenico, dove deflagrano diverse influenze: una acida psichedelia fra “Revolver” e “The Piper Gates Of Dawn” con alcune incursioni in situazioni neo-prog quasi crimsoniane.

Nei live set, come spesso avviene nei dischi di Les Claypool degli ultimi anni, fioccano dirette citazioni da “Tomorrow Never Knows” a “Astronomy Dominè” fino a “In The Court of Crimson King”.

“The Monolith Of Phobos” si apre floydianamente, come ideale prolungamento di “Ummagumma”, su astrattismi ambientali di chitarre bassi in saturazione e prosegue inseguendo i suoi riferimenti psichedelici, da Syd Barrett a Brian Wilson, da Daevid Allen a John Lennon, fino ai Monkees di “Porpoise Song” (su “Boomerang Baby”) e ai Crimson di “Starless” (“Cricket and The Genie, Movement I, The Delirium”). Il basso di Les Claypool è sempre saturo, filtrato da un overdrive, come la chitarra di Lennon, a formare un substrato sonoro acido.
Il disco non riserva particolari sorprese ma è un piacevole episodio di neo-psichedelia che nelle esecuzioni dal vivo acquista ulteriore estro ed energia.