Steven Wilson Hand Cannot Erase recensione

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Steven Wilson Hand Cannot Erase

Ed eccolo finalmente il nuovo attesissimo album di Steven Wilson “Hand. Cannot. Erase”

Ho seguito la carriera di questo dotato chitarrista fin dai suoi esordi, credo di aver organizzato non so bene quanti concerti dei Porcupine Tree a Roma, ogni volta è stata una esperienza intensa e profonda, i loro live erano straordinari, forse quello più bello è stato al Frontiera; di quel concerto rimane la storica registrazione che poi è diventato prima un CD singolo poi un doppio CD live della band, forse i più bello di tutta la loro carriera visto che lo ha pubblicamente affermato anche Wilson “Coma Divine – Recorded Live in Rome” è il frutto di due concerti da tutto esaurito il 26 e 27 marzo 1997.

Nel corso degli anni Steven Wilson collabora anche in altri “Side Project” come i No Man, gli I.E.M, Bass Communion, Blackfield. Nel 2008 decide di scrivere il primo disco solista “Insurgents”; con questo disco S.W. inizia una carriera decisamente diversa da quella dei P.T. lo si capisce perchè chiama a suonare nel disco dei veri e propri eroi della scena “Prog” mondiale tra cui Tony Levin (Peter Gabriel, King Crimson) al basso e Jordan Rudess alla tastiera (Dream Theater), il disco, neanche a dirlo è un ottimo lavoro, ma non finisce qui perchè grazie alle sue capacità più o meno discutibili su di un banco mixer viene contattato dagli Opeth come produttore, viene chiamato a suonare in dischi di Orphaned Land, Anathema, Pendulim,  OSI, Marillion, Dream Theater, JBK, Paatos, Theo Travis, Yoko Ono, Fish, Cipher, Opeth, Robert Fripp e Anja Garbarek e dio solo sa chi altri.

Viene chiamato anche dai monumentali Gentle Giant per rimixare alcuni dischi della leggendaria band Britannica, poi Robert Fripp gli fa mettere le mani su “Red” e su ” In The Court of The Crimson King “.

Insomma per Steven Wilson quelli sono anni straordinari e senza sosta e nonostante tutto riesce a fare dischi solisti e dischi con i Porcupine Tree.

Questa per sommi capi l’evoluzione di un ragazzo anche piuttosto timido dai capelli biondi e lunghi che conobbi, se la memoria non mi inganna nel 1994 per una intervista, la prima di una lunga serie.

Alcune cose che ha prodotto proprio non mi sono piaciute, altre cose le ho apprezzate.

Il disco:

“Hand. Cannot. Erase” è un disco importante perchè è frutto di una sintesi musicale che fino ad oggi non era riuscito a compiere, lui, sempre così legato a quel mondo vagamente progressivo e visionario, lui che spesso si è avvicinato a compiere l’opera totale che ha sempre sognato di scrivere, ma senza mai riuscire appieno nell’intento, beh, questa forse non sarà l’opera totale, ma ci si è avvicinato molto.

Il mondo di questo disco risente di tutti gli accadimenti di cui è stato protagonista, “una sintesi di insiemi” e di tutte le contaminazioni musicali a cui è stato sottoposto; difficile seguire le peripezie stilistiche o di intuire riferimenti  stilistici ed è questo il bello, perchè è un disco irrazionale, a tinte “costruttiviste” che spiazza e che si riempie di quell’humus che rende totale il fronte sonoro.

Dentro ci si trovano brani fulminanti come ad esempio “3 Years Old” cattivo e violentissimo nella prima parte, delicato e passionale nella seconda, o la delicatissima “Routine” magica e filosofica nel suo concetto intrinseco, con un crescendo che lascia senza fiato.

Non è propriamente un album concettuale, ma segue un preciso viaggio fatto di percorsi diversi e a volte paralleli, “Home Invasion” rievoca lo spirito più radicale dei Dream Theater, o quella classe ecellente che è rappresentata dai Rush; ma in tutta sincerità ad ogni ascolto si scoprono accenni, quasi millimetrici a tante band senza che però esse si rivelino mai palesi, formidabili le aperture alla parte più psichedelica del suo carattere.

Poi arriva “Regret #9″…perchè l’amore per i Pink Floyd nel cuore di Wilson non si è mai sopito, e viaggia come una sottilissima tela di ragno che resta legata al suo mondo immaginifico perchè poi “Transience”  ti porta in una dimensione più terrena, forse una canzone d’amore, o forse più semplicemente una voglia di semplicità

Trafigge “Happy Returns” e allo stesso modo ti riempie il cuore di gioia perchè è una splendida ballad, che sul finale aggiunge due timbriche di chitarra che solo Steven Wilson poteva pensare.

In conclusione posso dire che questo lavoro ha veramente colpito nel profondo; il disco è sicuramente da ASCOLTARE, ad oggi forse uno dei tre quattro gioielli che porrei all’attenzione di chi ama la musica fatta con devozione, orgoglio schiettezza e passione, ma sopratutto… viva dio, suonato ed arrangiato come pochi dischi in questi anni.

Il disco uscirà il 2 marzo 2015 , triplo CD (Deluxe 2-Disc CD/DVD-V media book edition including hi resolution stereo & 5.1 mixes) , doppio Vinile, e nei vari formati liquidi.

Line Up:

Steven Wilson

Guthrie Govan (guitar)

Adam Holzman (keyboards)

Theo Travis (flute / sax)

Nick Beggs (bass / stick)

Marco Minneman (drums)

 Prince Faster