The Necks – Disquiet geniali, la recensione
° Il Monumento Sonoro dell’Improvvisazione Australiana °
L’album del trio australiano The Necks – Disquiet è una delle uscite più ambiziose e, diciamocelo, esigenti di questo scorcio di stagione, e forse di tutto il 2025.
Per chi naviga le acque della musica sperimentale e del free-jazz con una certa costanza, il nome è sinonimo di geniale follia musicale, e di una metodologia unica, un vero e proprio “marchio di fabbrica” basato sull’improvvisazione del trio più interessante australiano.
Con quasi quattro decenni di attività alle spalle, 19 album, il trio composto da Chris Abrahams (piano, tastiere), Lloyd Swanton (contrabbasso, basso) e Tony Buck (batteria, percussioni) torna con un’opera a dir poco monumentale, un vero e proprio tripudio sonoro: un album triplo per oltre tre ore di musica. Già il formato, con i tre dischi non numerati, ci indica la filosofia: non è un album concept, nessuna sequenza prescritta, l’ascolto diventa un atto partecipativo, quasi una scelta curatoriale da parte dell’ascoltatore.
L’album dei The Necks – Disquiet, è un lavoro estremo e assolutamente di confine, non è un disco da sottofondo, e chi conosce i the Necks sa bene che la loro musica, pur partendo da presupposti minimalisti, esige un’attenzione quasi liturgica. Qui, l’urgenza espressiva si traduce in quattro tracce monumentali: “Causeway” (circa 26 minuti), “Warm Running Sunlight” (circa 32 minuti), “Rapid Eye Movement” (circa 57 minuti) e la colossale e devastante “Ghost Net” (oltre 74 minuti).
Il titolo stesso, “Disquiet” (inquietudine), è programmatico. L’album cattura un mood contemporaneo, si parte dal concetto Davisiano, per arrivare al post rock più intransigente e una sensazione di sottile, costante agitazione. Le improvvisazioni non sfociano mai in quel caos gratuito a cui a volte ci ha abituato il free-jazz più hardcore, ma si sviluppano con la logica inesorabile di una marea che sale.
Tecnicamente, l’interplay è il vero protagonista. Chris Abrahams al piano rivoluziona la storia dello strumento con armoniche che spesso si muovono su arpeggi circolari e pattern esasperanti, ma è nella sottile variazione e nell’inserimento di droni da tastiera che l’inquietudine si annida. Lloyd Swanton al basso fornisce la spina dorsale, a volte con partiture d’arco a bassa frequenza che creano una vera e propria tensione fisica, altre con pulsazioni ritmiche quasi cardiache, reminiscenti di certo Post-Rock meditabondo.
Tony Buck, infine, non si limita alla ritmica: le sue percussioni spesso richiamano il gamelan o lavorano con strutture metalliche che sono pura musica concreta, disturbando la tranquillità apparente delle tastiere.
Se “Warm Running Sunlight” ha un’apertura quasi liquida e cadenzata, “Ghost Net” ci catapulta in una dimensione più oscura, dove si avvertono persino found sounds o voci indistinte, un elemento di disturbo che amplifica il senso di smarrimento. C’è un’energia qui che a tratti lambisce la psichedelia del Krautrock (pensate a un Can che decide di non esplodere) o l’intensità lenta del Drone.
Per inquadrare i Necks, è fondamentale capire da dove attingono. Nonostante la formazione di piano-trio li collochi formalmente nell’alveo del Jazz, la loro sintassi musicale si estende ben oltre.
Minimalismo Classico grazie all’uso della ripetizione, dei pattern che mutano in maniera microscopica nel tempo, li accosta in maniera innegabile a compositori come Philip Glass e Tony Conrad. Non è Ambient, attenzione, perché è troppo dettagliato e presente, ma ne condivide la pazienza strutturale.
Krautrock / Experimental Rock grazie alla capacità di mantenere un groove ipnotico per lunghissime battute, e l’impiego di elementi sonori “non convenzionali” da parte di Buck, li legano a band come Can e Faust, esplorando la trance indotta dal ritmo.
Avant-Garde/Improvvisazione Europea: Le radici free-jazz e il totale impegno per l’improvvisazione istantanea ricordano l’approccio radicale di gruppi come gli inglesi AMM o le meditazioni tonali di figure come la compositrice francese Éliane Radigue, pur mantenendo un suono decisamente più “caldo” e meno intellettuale.
Nelle sezioni più d’atmosfera, si percepisce un’affinità con l’intensità lenta e massiva di certe formazioni Drone (come i Sunn O))) senza l’heavy metal) o l’architettura sonora visionaria di band Post-Rock come i Godspeed You! Black Emperor, sebbene qui la struttura sia meno narrativa e più astratta.
“Disquiet” è, senza mezzi termini, l’ennesima prova che i The Necks sono un’entità singolare, una unicità fuori dal comune nel panorama musicale mondiale. È musica che non si adatta ai ritmi frenetici della modernità; non è un disco per tutte le orecchie, perché Disquiet è un viaggio mistico e devastante dove l’improvvisazione si fa architettura e ogni sottile cambio dinamico, ogni accordo, diventa un evento epifanico.
È un album epico e folle. Se siete pronti a dedicarci le tre ore piene che merita, vi ritroverete davanti a un capolavoro di astrattismo dadaista. Per gli amanti della musica che sfida il tempo e le convenzioni, “Disquiet” è un ascolto essenziale.
Francesco Double
The Necks – Disquiet il disco in HI RES
The Necks – Disquiet – tracklist
- Rapid Eye Movement
- Ghost Net
- Causeway
- Warm Running Sunlight
The Necks Discografia essenziale:
- Sex (1989)
- Next (1990)
- Aquatic (1994)
- Silent Night (1996)
- Hanging Gardens (1999)
- Aether (2001)
- Drive By (2003)
- Mosquito/See Through (2004)
- Chemist (2006)
- Silverwater (2009)
- Mindset (2011)
- Open (2013)
- Vertigo (2015)
- Unfold (2017)
- Body (2018)
- Three (2020)
- Travel (2023)
- Bleed (2024)
- Disquiet (2025)
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