Rubberband o Robberband? Il disco perduto di Miles Davis recensione

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Queste operazioni sui materiali inediti di artisti popolarissimi ormai scomparsi avvengono frequentemente nell’universo discografico.

Fra le illustri vittime di queste speculazioni post-mortem vi sono senza dubbio Jimi Hendrix e Frank Zappa di cui vengono pubblicati costantemente materiali inediti di varia natura che talvolta hanno un contenuto storico che contribuisce alla ricostruzione del loro percorso artistico ma spesso però contengono materiali ridondanti o brani incompleti e scartati dagli autori con cognizione di causa.

L’operazione.

Realizzata dai produttori del grande Miles Davis, Randy Hall e Zane Gilepart, e dal nipote (e batterista) Vince Wilburn jr, parte davvero con il piede sbagliato in quanto da un lato recupera registrazioni scartate dal trombettista ma con qualche spunto interessante ma dall’altro le affianca a rimaneggiamenti commerciali della peggiore specie.

Ci troviamo difronte ad un’operazione decisamente discutibile: da un lato alcuni brani che avevamo già ascoltato nei vari dischi live come “Maze”, “The Wrinkle” o “Carnival Time” affiancati da brani già usciti su compilation ( Nel 2011, “Maze”, “Rubber Band “e” See I See “erano stati stati tutti distribuiti su un cofanetto europeo, “1986-1991: The Warner Years” ) e da veri e propri inediti, che Miles aveva scartato anche a ragion veduta, come nel caso di “Give it up”, dall’altro un pasticcio di canzonette commerciali sulle quali è inserita la sua tromba, che nulla hanno a che fare con il resto del materiale, cantate da Lalah Hathaway, Medina Johnson, Ledisi e dallo stesso Randy Hall.

Anche la traccia rimontata dell’e.p. apri-album “Rubberband Of Life” che vedeva la voce di Ledisi faceva presagire il contenuto dell’album.

Storia

Sotto il profilo della ricostruzione storica risulta evidente che Davis stesse pensando ad un disco particolarmente orientato al “funk” al fine di inserirsi nel filone della black music imperante nel periodo tentato dal sound di Prince, Chaka Khan, Quincy Jones e Michael Jackson.
Miles Davis aveva vissuto un’era nella quale il jazz era parte viva della “popular music” afroamericana e non una musica elitaria per appassionati dal “palato raffinato”.

L’intento del trombettista era quello di restare riferimento culturale del suo gruppo sociale di appartenenza tentando di intercettarne le evoluzioni nel gusto musicale, pertanto negli anni ’80 era fortemente attratto dal sound dei nuovi protagonisti della musica afroamericana da Prince ai nuovi autori del rap.

Nel suono dei suoi dischi di quel periodo aveva immesso quindi i sintetizzatori, i sequencers e le drum machines, andando ben oltre le chitarre rock e i piani elettrici degli anni ‘70, utilizzando trovate ritmiche e movimenti nei bassi tipici del nuovo funk elettronico.
Questa vicinanza al soul e al funk, che si alimentava anche di brani del repertorio “pop” (come “Human Nature” e “Time After Time”), aveva dato alla produzione di Davis anni ‘80 una forte rilevanza commerciale, coincidendo anche con il boom discografico della “fusion”.

Il materiale di “Rubberband” costituiva quindi un tentativo, poi evidentemente abbandonato, di proporsi a un pubblico più “pop”, vicino alle produzioni “fusion” più commerciali, per poi rifugiarsi nella dimensione intimista e più ricercata di “Tutu” (prodotto dallo scomparso direttore della divisione jazz della WB Tommy LiPuma e dal bassista Marcus Miller) e di “Amandla”.

Un progetto quindi accantonato a favore di una diversa visione del suono di quegli anni, reinterpretato attraverso le macchine e la nascente strumentazione elettronica.
Alcune tracce di “Rubberband”, sono comunque episodi interessanti.
Registrati nel 1985 sono i primi brani incisi da Davis per la Warner dopo la fine del suo rapporto storico con la Columbia.

Rubberband.

“This is it” è un tipico electronic-funk davisiano del periodo arricchito di schitarrate rockeggianti di Mike Stern e accordi di quarta scanditi dai synth, “Maze” spicca con il suo groove di basso incessante e il tipico tema cromatico spezzato, “See i See” è classico funk lento sul quale Davis improvvisa in modo suggestivo con la sordina, “Echoes in Time/The Wrinkle” si apre con ambient onirico di tromba e synth per svilupparsi poi su groove serrato, “Rubberband”, già uscito come singolo e apparso in una compilation della Warner, è un electro-funk basato su una bassline sintetica e su cui si erge un magnifico assolo di Mike Stern.

Tra le “canzoni” c’è “ I Love What We Make Together ”, su cui avrebbe dovuto cantare lo scomparso Al Jarreau, a quel tempo tra i più amati cantanti soul-jazz, ma che è interpretata da Randy Hall, un brano tipico del gusto fusion del periodo anni 80.

Nel complesso siamo davanti ad un disco bipolare, che da un lato si rivolge al pubblico storico del trombettista, e dall’altro tenta di richiamare il pubblico pop contemporaneo.

L’operazione è incoraggiata da una certa attrazione che il mondo della black music aveva su Davis quando era in vita e quest’apertura ha reso più facile ai produttori di “Rubberband” ammiccare alla platea della musica commerciale creando un ibrido in cui quattro canzoni soul-pop sono messe in mezzo a sette pezzi di jazz-funk.

Un disco che quindi che ha un indubbio valore di ricostruzione storica della vita artistica del trombettista ma che cosi confezionato risulta un ibrido senza identità, non può essere considerato l’album “perduto” ma una raccolta di inediti con qualche brano cantato infilato a forza.

“Rubberband” è in definitiva un disco minore, assolutamente non indispensabile, può trovare pubblico solo fra i seguaci di Miles Davis che intendano avere una visione completa sull’ultima parte della sua carriera ma per la maggior parte di coloro che se ne avvicineranno per i quattro brani cantati “pop” risulterà inascoltabile.

Chi volesse accostarsi alla produzione dell’ultimo Davis per la prima volta ha la possibilità di scegliere fra titoli decisamente più riusciti come “Star People”, “Decoy”, “Tutu” o “Amandla”.

Un’occasione mancata di presentare del materiale inedito all’interno di un percorso di ricostruzione storica e filologica del lavoro dell’artista come invece altre operazioni di semplice ristampa e remixing (marcate Sony/Columbia) erano riuscite a fare con materiale di altri periodi. “Rubberband” è disponibile dal 6 settembre in CD, digitale e doppio LP di 180 grammi.

Alex “Amptek” Marenga

Tracklist:

01 Rubberband of Life [con Ledisi]

02 This Is It

03 Paradise

04 So Emotional [con Lalah Hathaway]

05 Give It Up

06 Maze

07 Carnival Time

08 I Love What We Make Together [con Randy Hall]

09 See I See

10 Echoes in Time/The Wrinkle

11 Rubberband