Radiohead A Moon Shaped Pool Recensione

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Radiohead A Moon Shaped Pool Recensione

Parlare di “A Moon Shaped Pool” è estremamente difficile, non tanto per il contenuto musicale del disco, ma per il ruolo assunto dai Radiohead nell’immaginario collettivo che rende ogni loro uscita discografica carica di aspettative e di raffronti con i lavori precedenti, alcuni dei quali ritenuti pietre miliari.

Premessa:

Potremmo iniziare parlando di grande cura negli arrangiamenti, di equilibrio millimetrico nell’uso dei suoni, di bilanciamento fra storia e innovazione, di scrittura elegante e raffinata, di poesia nell’interpretazione e nella composizione, ma ogni disco dei Radiohead non è soltanto narrabile dal punto di vista contenutistico e tecnico, né raccontabile solo attraverso gli stimoli emotivi soggettivi che genera nell’ascoltatore.
I Radiohead hanno assunto un ruolo nell’universo della popular music contemporanea che costringe ad una analisi articolata del loro lavoro.
Nel corso della loro carriera Tom Yorke e compagni, oltre a definire uno stille inconfondibile, hanno operato un rinnovamento significativo di linguaggio in un genere musicale ormai decadente (il rock), nel quale sembrava che le nuove strade da percorrere portassero tutte verso il passato.

Il Mondo Radiohead

Circondati dai nuovi universi sonori dell’elettronica i Radiohead sono riusciti a ridefinire forme e contenuti della propria costruzione musicale creando ora divisioni ora convergenze nei loro diversi pubblici (quello dell’indie rock e quello dell’elettronica ) non sempre univoci nel giudicare il percorso evolutivo della band.
“A Moon Shaped Pool” proviene proprio da una di queste fasi: “King of the Limbs” di 5 anni fa, che contiene momenti a livello di scrittura e arrangiamento di altissimo profilo con irruzioni in territori tipici della sperimentazione elettronica, era tornato a dividere gli ascoltatori, lasciando interdetti i palati più tradizionali. Ma su “A Moon Shaped Pool” ricompare il bilanciamento fra pulsioni sperimentali, che Yorke e Greenwood hanno ampliamente esplorato in questi anni con i loro progetti solistici, ed elementi più classici del linguaggio del rock.
Il suono dei Radiohead si è stabilizzato su un sentiero meditativo e surreale a tratti quasi psichedelico. Gli interventi orchestrali utilizzano un approccio ormai tipico per la band, che sembra ripescare il sound dei vecchi arrangiamenti anni ‘70 usati da Phil Spector e George Martin, a tratti vagamente orientaleggianti.
Pur non essendo quattro dei brani dell’album propriamente inediti, in quanto già sentiti in vari live o come nel caso di “True Love Waits” pubblicato in altra versione dal vivo nella raccolta “I Might Be Wrong” del 2001, il disco si presenta omogeneo e coerente.

Radiohead A Moon Shaped Pool Recensione

Il disco:

Il brano di apertura che abbiamo conosciuto attraverso il primo magnifico video diffuso dal gruppo, capolavoro di animazione stop-motion con chiari riferimenti al cult horror britannico del 1973 “The Wicker Man”, è una perfetta song in stile Radiohead che si tiene su degli archi serrati che scandiscono la tensione ritmica insieme alla batteria (elettronica) esplodendo nel finale in un crescendo dissonante.
“ Daydream “ porta immediatamente nella dimensione onirica del disco. Accompagnato dal secondo surreale video, il brano si poggia su un leggero arpeggio di pianoforte, che a tratti ricorda certe suggestioni del buon vecchio Tony Banks, che si libra su suoni e manipolazioni elettroniche della voce e si chiude, al termine di un tema orientaleggiante di archi, sul respiro notturno di un violoncello e della voce trattata. Suoni di pianoforte filtrati su uno scarno groove di drum-machine aprono uno dei capolavori del disco: “Decks Dark”. La voce di Yorke racconta la melodia che si apre su un sognante tema di voci reverberate, che riporta alla psichedelia degli anni 70, sorretto sobriamente dalla chitarra di Greenwood. Il brano è un esempio del perfetto equilibrio fra scrittura, arrangiamento, accuratezza degli elementi proposti e accostamento fra atmosfere contemporanee ed elementi del rock storico. “Desert Island Disk” è una elegante ballata acustica accompagnata da suoni elettronici eterei (sullo stile di “How to Disappear Completely” da Kid A), un tuffo nelle atmosfere di Ibiza fine anni ‘60, se non fosse per la voce di Yorke potrebbe essere scambiato per un brano dei primi Floyd (tipo “Cirrus Minor” o “Cymbaline”) o dei primissimi Gong.
“FullStop” inizia in assolvenza con l’incedere di un brano electro cadenzato da percussioni che affiorano pigramente, ma sempre su suoni onirici e spaziali che scandiscono una progressione armonica lentissima sulla quale entra la voce.
Nella seconda parte del brano la chitarra entra a sorreggere il crescendo ritmico, poi il brano si richiude su una frase ciclica di chitarra e su lenti suoni glissati elettronici.
“Glass Eyes” si apre con un arpeggio di piano filtrato e su un quartetto d’archi, ed è un brano con una melodia da manuale, che viene esposta una sola volta. Una perfetta costruzione armonico-melodica su crescendo di archi che ne scandiscono gli accordi, una ballata onirica e sognante.
“Identikit” inizia con un groove di batteria e una scarna frase di chitarra, la voce di Yorke avvolta nel reverbero.
Anche questo brano è fra i capolavori del disco, il tema viene sottolineato da una voce in avanti che affianca quella persa nel reverbero che diviene sempre più effettata. Il ritornello è prima esposto su un accordo di chitarra ostinato e poi moltiplicato da varie voci reverberate, sorrette da arpeggi elettronici. Davvero ottime ed essenziali le tessiture della chitarra, il brano ha tutte le carte in regola per diventare un grande classico del gruppo.
“The Numbers” si apre su suoni elettronici astratti ed improvvisazioni di pianoforte, ma è la chitarra acustica ad scandire il ritmo sul quale si innesta poi la batteria. Altro momento di grande scrittura: il tema della voce si sviluppa mentre l’ossatura sonora del brano si condisce di un grande fondo di reverbero e di frasi di pianoforte. Anche qui il ritornello in falsetto è avvolto in un lungo reverbero ambientale, un tema di archi molto anni 70 si inserisce nella seconda esposizione del tema (che fa affiorare il ricordo di “How Do You Sleep?” di John Lennon, da Imagine, 1971).
“Present Tense” è una ballata sorretta da un arpeggio di chitarra a corde di nylon e percussioni quasi latin, sfrutta ancora questi fondali colmi di reverbero e queste ricorrenti manipolazioni della voce di Yorke come elementi di arrangiamento.
” Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief” si apre su una ipnotica e ciclica armonia di synth percussivo retto da una batteria elettronica. L’arrangiamento è minimale e la voce di Yorke è ancora una volta impregnata di reverbero; il brano gradualmente si arricchisce di elementi che culminano in un tema sinuoso di archi. Anche questo brano si colloca fra i momenti migliori dell’album e il suo finale concreto e sperimentale conduce alla rivisitazione di “True Love Waits”: una versione onirica di un brano che ha una magnifica scrittura, sorretta da un arpeggio ambientale di piano elettrico e dalla sola voce di Yorke, nella sua essenzialità è una perfetta chiusura di un lavoro intenso e meditativo.

Conclusioni:

Un disco che necessita di più ascolti affinché se ne possano inquadrare le sfumature e i contorni. Fuori dalle logiche della musica di consumo, il lavoro dei Radiohead merita attenzione, non fa parte delle proposte usa e getta alle quali il mercato della musica popolare ci sta abituando. Il tentativo della premiata ditta Yorke e Greenwood è di indagare nelle pieghe della popular music per sperimentarne le possibili sinergie con le forme e le idee percorse anche nei progetti individuali, da un lato quelli orchestrali del chitarrista dall’altro quelli elettronici del cantante.
“A Moon Shaped Pool” è quindi un disco che non riutilizza forzati elementi del già sentito per ottenere immediati ed effimeri consensi, che non deluderà chi si aspetta un lavoro stratificato che non si esaurisca nei teoremi del semplicismo offerti dalla musica commerciale.

Il disco è reperibile in tutti i formati, su vinile sarà disponibile da settembre, solo in tiratura limitata con vinile doppio 12″ 45 giri con un elegante libro, doppio Cd e link per download in formato .wav. Il cofanetto è ordinabile solo dal loro sito web, ammesso che non sia già sold out.

Alex Marenga

Release date: may 8, 2016
Label: XL Records

Tracklist:
1. Burn the Witch
2. Daydreaming
3. Decks Dark
4. Desert Island Disk
5. Ful Stop
6. Glass Eyes
7. Identikit
8. The Numbers
9. Present Tense
10. Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief
11. True Love Waits

Qui tutto il disco dal vivo