Pink Floyd The Endless River

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Non sono un amante delle reunion e dei grandi ritorni dei gruppi o degli artisti storici che, dopo carriere solistetalvolta infruttuose o una completa assenza dalle scene, tornano con dischi nuovi pieni di promesse.

Ci sono naturalmente delle eccezioni, il primo esempio che mi viene in mente sono i King Crimson che ci hanno abituati ad assenze , anche decennali e a ritorni con progetti e idee nuove, e capaci di dischi rivoluzionari; quindi non sempre certe schematizzazioni riescono a raffigurare correttamente gli avvenimenti della realtà.
Ma detesto anche chi emette giudizi a priori, senza nemmeno ascoltare il disco, come nel caso clamoroso de” ìI Fatto Quotidiano” che ha definito il disco dei Pink Floyd una “truffa” un mese prima che uscisse, quindi una recensione basata sulle capacità profetiche del redattore.
Un modo di fare giornalismo patetico e fazioso, da parte di un quotidiano che vuole, evidentemente, far passare tutti per ladri e truffatori anche i Pink Floyd.

“We’re Only in It for the Money”, recita il titolo del terzo album di Frank Zappa, accusando i Beatles di Sgt. Pepper, di cui parodiava la copertina, di essere parte della controcultura dell’epoca solo per i soldi, forse era vero, ciò non toglie che il disco dei Beatles sia un capolavoro epocale.
E volendo esaminare con maggiore attenzione questo aspetto del comportamento degli artisti in circolazione potremmo tranquillamente dire che è una motivazione è ampliamente condivisa, sicuramente da coloro che incidono per le majors, ma anche per chi firma contratti per centinaia di migliaia di dollari per le nuove etichette emergenti, perchè fondamentalmente resta il fatto che nessuna impresa insegue la gloria, ma tutte perseguono il profitto, se si collabora con un’azienda del music business lo si fa per il profitto altrimenti si resta a casa e si suona in cantina per gli amici.

Ma evitiamo le dissertazioni e concentriamoci sul tema ovvero “The Endless River”. La copertina è oggettivamente un episodio grafico mediocre a confronto delle mitiche copertine delle vecchie produzioni dei Floyd.
Ma vediamo la musica.
Innanzi tutto è un disco basato su improvvisazioni e prove effettuate dai tre Floyd superstiti durante le sessions del deludente “The Division Bell” del 1993, disco a mio avviso troppo legato alla forma canzone e in cui sono assenti sia a livello di arrangiamento che di scrittura gli elementi chiave della musica floydiana, in cui erano evidentemente predominanti le esigenze di imporre nelle classifiche di vendita dell’epoca un lavoro targato con un nome cosi importante.

Questo materiale invece, proprio perchè non è costituito da forme-canzone, ma da stralci strumentali, coglie idee sonore non funzionali ad un’operazione puramente scala-classifica, ma assumono forma nelle mani di Youth che le riassembla come suite.
Sono infatti Phil Manzanera e Martin Glover “Youth”, due importanti motori di questa operazione, e questa apertura verso altri artisti risulta vincente per i Pink Floyd.
Se da un lato c’è Manzanera, ex-componente della storica band dei Roxy Music, vicino da tempo al lavoro di Gilmour, che ha selezionato gli outakes registrati all’epoca di “Division Bell”, dall’altra troviamo Youth, ex membro fondatore della band dark-wave dei “Killing Joke” negli anni 80 e poi del gruppo rivoluzionario dell’elettronica anni 90, “The Orb”, che ha ricucito il tutto secondo una logica formale tipica della nuova musica elettronica, sembra un montaggio dei “Future Sound Of London” fatto di spezzoni mixati strumentali dei Pink Floyd.

Un esperimento che che ricontestualizza il suono dei Pink Floyd nelle logiche della musica elettronica di matrice dance contemporanea che nasce proprio da una costola dei Floyd stessi.
i Pink Floyd oggi, non sono solo i grandi padri del rock classico, ma anche molto del post-rock odierno deve loro idee e sonorità, e sono tra i maggiori ispiratori della scena elettronica dance che costituisce la grande novità sonora degli ultimi vent’anni; e proprio ad un esponente di quest’ultima i Floyd affidano la strutturazione del loro disco.
Un embrione di questo corto circuito si era già intravisto nel disco “Metallic Spheres” di The Orb e David Gilmour, pur essendo arrivato con ritardo rispetto alle grandi idee inventive del gruppo elettronico britannico che ha esploso le sue migliori cartucce negli anni 90.
“The Orb”molto devono al suono dei Pink Floyd, anche nei riferimenti grafici delle copertine, e che oggi avvenga l’opposto, permette un’operazione che non è di puro revival ben prodotto, ma di vera ricontestualizzazione.

In un panorama musicale confuso, in cui il rock è ormai avvitato in una spirale di riciclo continuo delle idee originarie, e la musica post-dance elettronica che sta cannibalizzando ormai qualsiasi sonorità campionabile mischiando e confondendo i generi, il disco dei Pink Floyd si mette al centro fra le diverse matrici musicali ed è in grado di ridefinire il sound del gruppo all’interno di un panorama in cui echi floydiani sono un po’ ovunque. In un panorama quindi in cui l’influenza dei Pink Floyd contagia trasversalmente i generi della musica popolare contemporanea, c’è spazio anche per gli originali.

In “The Endless River” ci sono fondamentalmente quattro suite divise in sezioni, un montaggio di diverse camere sonore, di differenti situazioni posizionate in modo consecutivo.
Questo viaggio sonoro attraversa momenti di puro e inevitabile auto-citazionismo, in cui si ascoltano timbri e arrangiamenti che ci evocano scorci di “Welcome to the Machine” piuttosto che di “The Wall” e addirittura di “Ummagumma”, saldati dal grande lavoro delle chitarre di David Gilmour e incastonati su un flusso prevalentemente ambient in cui emerge l’eredità di Richard Wright e nel quale emerge il ruolo percussionistico di Mason, fuori dallo schema del mero accompagnamento delle canzoni.

Un flusso in cui il suono floydiano, che su “The Division Bell” sembrava non emergere mai è protagonista.
Pur mancando la scrittura melodica e formale delle suite degli anni 70, i brani sembrano essere successioni di scorci improvvisativi, come in un dj set immaginario, si incolonnano frammenti di brani più lunghi in una successione inedita che acquista una nuova logica.
Il lavoro, un evidente omaggio a Wright sulle cui parti è basata tutta la costruzione strumentale, è diviso in quattro parti.
La prima si articola in tre sezioni, quella centrale ripesca lo schema di blues minore psichedelico tipico del gruppo di “Wish You Were Here” che sorregge l’assolo di chitarra di Gilmour.
Pur timbricamente vicino al sound del 75 la sezione richiama la parte centrale di “Atom” o di “Embryo”, in cui su due accordi minori si dipanavano i tormentoni di chitarra blues psichedelica. Ed emerge subito questa atmosfera ambient che caratterizza l’intero album.
La seconda parte è composta di quattro brani, “Sum”che parte con un organo trattato che crea una tessitura quasi minimalista e si sviluppa su una cassa dritta sorretta da un sequenze di noise fatta con un synth analogico VCS3 e le chitarre distorte di Gilmour e si chiude un tema di sintetizzatore analogico in un finale che trasporta verso “Skins”, un momento che ricorda l’intro di “Saucerful of Secrets” versione “Ummagumma”.
I tom e il rullante di Mason in un tambureggiare afrotribale sorreggono i glissandi psichedelici della chitarra, il brano si chiude su un ambient allucinata che ci conduce su “Unsung”, piccolo bridge di steel guitar spaziale su una tessitura di tastiere.
E qui c’è il primo scivolone “pop” di Gilmour, ”Anisina”, una cellula di canzone mancata di tre minuti, su accordi abbastanza faciloni di pianoforte suonati dallo stesso chitarrista su cui si appoggiano il sax e il clarinetto di Gilad Atzmon e l’inevitabile solo con la chitarra distorta.
La brevità dell’episodio e l’assenza di una linea cantata evita che l’interludio sposti troppo verso una deriva “pop” tutta la sezione del disco che fino a poco prima aveva invece marcati elementi di ambient psichedelico.
La terza parte si apre con “The Lost Art of Conversation” un intro ambientale di tastiere e chitarra, che muta su “On Noodle Street”, un episodio, anch’esso breve caratterizzato da piano Fender Rhodes e chitarra bluesistica su una ritmica morbida stile Dark Side, che cambia poi nel suggestivo ambient di “Night Light”, nel quale Gilmour si dileggia con l’e-bow (un piccolo oggetto che si appoggia sopra ad una corda della chitarra e sfruttando un campo magnetico la manda in vibrazione, come fosse un archetto elettrico, usato spesso anche da Robert Fripp per ottenere suoni continui).
La suite prosegue con la prima parte di “Allons-Y”, brano funkeggiante, che sorretto da una chitarra con delay stile “The Wall” riporta alle atmosfere di “Run Like Hell”, fra le due parti in cui “Allons” è divisa c’è la suggestiva sezione di organo a canne “Autumn ’68”registrata da Wright nel 1968 con l’organo della Royal Albert Hall.
La terza parte si chiude con “Talkin’ Hawkin’”, tipica ballad floydiana sulla quale emerge la voce di Stephen Hawking.
La quarta parte inizia con una suggestiva sezione ambientale, “Calling” che non ha particolari attinenze con precedenti floydiani, sulla quale si sovrappone un tema di piano e sintetizzatore, che con una apertura orchestrale trasporta fino a “Eyes To Pearls”, in cui la chitarra elettrica di Gilmour arpeggia su un tambureggiare di tom di Nick Mason; chitarre acustiche arpeggiate e chitarra slide ci portano su “Surfacing”, dove il solo del chitarrista si appoggia alle tipiche armonizzazioni vocali del gruppo.
Il disco si chiude su “Louder Than Words” tipica ballata di Gilmour, non sono un particolare sostenitore dei Pink Floyd recenti alle prese con la forma canzone, li preferisco indubbiamente ai loro strumenti.
Se il disco fosse stato composto tutto da brani come “Louder Than Words” ci saremmo ritrovati difronte ad un ennesimo “Division Bell” ma un solo episodio è in definitiva tollerabile, trattandosi di un brano tutto sommato riuscito. L’arrangiamento ci mostra ovviamente i Floyd un po’ snaturati del 93, chitarre con il chorus, pianofortini che fanno arpeggi melodici nell’intro, ma la voce di Gilmour che esegue il tema un po’ melanconico tipico del periodo post-Waters e la presenza costante della sua chitarra solista rendono il brano godibile.
La canzone si chiude su un lungo assolo appoggiato sulle voci, uno schema ricorrente e conosciuto, anche questo un momento identitario del gruppo.

Dei tre dischi post-Waters probabilmente questo è il più riuscito, perchè si utilizzano finalmente materiali in cui i Pink Floyd, dopo tanti anni, anziché cesellare delle canzoni strutturate, improvvisano e giocano con gli strumenti, in cui si sente la batteria suonare e non accompagnare il cantato di Waters o di Gilmour, in cui la chitarra suona e sperimenta in un modo che non ascoltavamo dai tempi di “Ummagumma” in quanto non è vincolata al ritornello o alla frase cantata.
La musica di Gilmour/Mason/Wright ritrova un po’ della perduta libertà che aveva avuto negli anni 70, anziché confrontarsi e auto-imprigionarsi negli schemi commerciali della forma canzone.
Una delle obiezioni preconcette a questo lavoro è che sia stato composto da “scarti”.
Non dimentichiamo che anche “Animals” era composto di scarti di “Wish You Were Here” e che questa tendenza al recupero e al riutilizzo delle idee messe da parte in nuovi contesti ha riguardato vari momenti della carriera dei Pink Floyd.

E il respiro di “The Endless River” è proprio in questo suo essere libero da coercizioni formali, da schemi strutturali, anzi, sono gli scarti di una visione della musica basata sulle canzoni a dargli freschezza, un mosaico di atmosfere e di suggestioni giudicate al momento della loro realizzazione inidoneo ad un contesto di raccolta di canzoni.
“The Endless River” però è un lavoro che si incastra alla perfezione nel presente, nel suo essere l’omaggio ad una storia basata su collaborazione e amicizia fra musicisti, che ce li presenta privi di mediazioni e di velleità, presi quasi in delle jam-sessions, che soltanto il lavoro di montaggio ed editing di Youth inquadra all’interno di una forma compiuta.
Ovviamente non ci troviamo davanti a un capolavoro, e senza dubbio questo è un disco che nulla aggiunge a quanto il gruppo ha saputo dire nei suoi anni d’oro, ma non è obbligatorio per nessuno o produrre sempre dischi epocali oppure il nulla.

Alex Marenga (Amptek)

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