Dead Can Dance la recensione di Dionysus

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Preceduto da un suggestivo visual in pieno modello stilistico del Godfrey Reggio (quello di “Koyaanisqatsi”) terzomondista per il il brano “the Mountain” è uscito il nuovo lavoro dei Dead Can Dance.

Nato in Australia nel 1981, il duo formato da Lisa Gerrard e Brendan Perry si è saputo distinguere, in quel decennio, per una serie di dischi gotici, in cui confluivano varie influenze, scanditi da due vocalità fuori dal comune.

Scioltisi nel 1998, dopo aver spostato il proprio baricentro sonoro dalle atmosfere dark-wave medioevali degli inizi verso una fusione fra musica etnica e suggestioni orchestrali si sono ricomposti nel 2005 e poi nel 2011 per l’album “Anastasis” di cui questo “Dionysus” sembra essere un secondo capitolo.

Come già “Anastasis” (pur recuperando influenze più darkwave) anche “Dionysus” è un lavoro che non riesce a svincolarsi da una ennesima rielaborazione di un lessico già ampiamente sfruttato, chiusi in un corto circuito stilistico che, a parte due tre-brani che spiccano per l’eleganza della scrittura e l’abilità delle prestazioni vocali, rimescolano idee di world music senza un particolare valore aggiunto.

Perry mette sul piatto un uso intenso di “field recording”, ovvero registrazioni provenienti da ambienti naturali (uccelli, onde, torrenti etc), nulla che non si sia già sentito in centinaia di album di ambient e drone music pubblicati negli ultimi quarant’anni.
Il tutto per condire una proposta formale incentrata su ritmi di tamburi tribali, flautini, strumenti etnici, archi arabeggianti, melodie esotiche, una specie di prontuario per le sonorizzazioni dei documentari di National Geographic.

Una specie di world music fuori tempo massimo tenuta insieme solo dalle magnifiche vocalità dei leader e da una scrittura non sempre all’altezza del grande passato della band. Un mix sonoro evitabile in un fase in cui lo sviluppo delle forze produttive nel terzo e quarto modo sta permettendo la diffusione di una musica popolare nella quale spicca una fusione fra suoni “folkloristici” e influenze occidentali operata direttamente dagli artisti locali e non più, come avveniva fino agli anni 90, da occidentali alla ricerca del “buon selvaggio”.

Il disco dei DCD sembra cadere proprio in questa trappola, rimescolando suoni, idee, strumenti prelevati alle varie culture terzomondiali rimaneggiate in modo semplicistico.
Resta affascinante la solennità dei suoni, l’eleganza delle scelte timbriche, e la caratteristica impronta “scura” che richiama i fasti passati senza più avere la magia e l’incanto di “The Serpent Egg”.

Alex (Amptek) Marenga