Bjork e l’Utopia dell’Arca perduta la recensione

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Björk_Utopia_2017

Gli Sugarcubes si sciolgono nel 1992, Bjork però non se ne fa un cruccio ma anzi, l’anno dopo pubblica il suo primo disco solista “Debut” avvalendosi della preziosissima collaborazione di Nellee Hooper, uno dei più importanti produttori inglesi con il quale farà anche il secondo album.

Terminata la collaborazione con Hooper, Bjork affiderà le sue produzioni di volta in volta a produttori, dj quasi sempre diversi per ogni album.

Ma Bjork non si fermerà solo alla musica, perché già da “Post” l’artista islandese inizierà un percorso artistico che non si limiterà solo alla semplice produzione di dischi, la sua crescita artistica coprirà anche altri campi dell’arte, primo tra tutti la parte visual, per poi proseguire con l’immagine e il look, che a partire dall’embrionale “Possibly Maybe” svilupperà sempre con maggior attenzione, sino quasi alla paranoia di Biophilia per poi giungere all’imbarazzante “Utopia”.

Il disco in questione va visto e ascoltato attraverso una visione “altra”, immaginate Biophilia elevato al quadrato con però un cesto di banalità timbriche davvero stucchevoli.

Bjork con la sua “Utopia” prosegue il percorso estremo intrapreso in “Biophilia” laddove le immagini, lo stile e il look divengono parte integrante ed essenziale del disco.

Utopia andrà letto con una visione complessiva e a 360°, dove ad essere predominante non sarà più la musica, ma tutto il gigantesco carrozzone fatto di make up, maschere, abiti, colori, video e tutte quelle sovrastrutture che permettono di eludere (in questo caso), la pochezza musicale di questo disco.

Bjork annichilisce la musica perché si bea troppo della sua voce e di se stessa, si piace troppo.

Arca purtroppo, risulta un produttore miope, con pochissime idee originali ed incredibilmente sopravvalutato, perlomeno da lei.

Lo spessore di Howie B, di Tricky o peggio ancora di Nellee Hooper sono lontani ere siderali dal pur simpatico e volenteroso dj venezuelano che, in questo disco, va a pescare loop noiosi, triti e ritriti, tentando, senza successo, di dare colori ai suoni che purtroppo restano di un grigiore banale e senza spessore alcuno.

Andare a ripescare i Tenores Di Bitti fa venire davvero l’orticaria, anche al nostro Peter Gabriel (S’amore ‘e mama 1996).

Il fallimento del disco è dato più che altro dalla poca originalità delle partiture degli archi e degli altri strumenti a fiato, ma sopratutto dalla piattezza degli arrangiamenti, che sono pressoché inesistenti, e quei pochi emergono goffi e sfiniti come capodogli sulla battigia.

Il disco è uscito in tutti i formati, vinile incluso.

Prince Faster

Utopia Track List:

Arisen My Senses
Blissing Me
The Gate
Utopia
Body Memory
Features Creatures
Courtship
Losss
Sue Me
Tabula Rasa
Claimstaker
Paradisia
Saint
Future Forever