Anno 1979 quaranta dischi quaranta anni fa analisi storico musicale

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di Alex “Amptek” Marenga

Introduzione

Il 1979 è una data epocale, non segna solo spartiacque fra due decenni, ma determina la fine di un ciclo, quello iniziato nei primi anni 60, in cui la “popular music” ha assunto un rilievo contro-culturale, coincidendo con una fase unica, dal secondo dopoguerra ad oggi, di esplosione di contraddizioni e di collisioni fra classi sociali e modelli culturali contrapposti.
Il ventennio “caldo” che aveva visto lo scontro generazionale, il rifiuto della guerra, la rivoluzione sessuale, la richiesta di nuovi diritti, lo scontro razziale, l’emigrazione interna, le rivolte sociali e in alcuni casi la messa in discussione dell’assetto del potere costituito in vari paesi dell’occidente industrializzato sta dando gli ultimi colpi per aprirsi a una nuova fase di ristrutturazione e “riflusso”.

Interi settori di mondo giovanile sono rimasti attanagliati nella morsa dell’eroina e si respira l’aria della delusione verso un sogno infranto che non è riuscito a cambiare il mondo.
Già si sente forte il vento degli anni ‘80, è alle porte un cambio di paradigma, che prefigura una ricompattazione sociale e culturale attorno a modelli ispirati al e dal mercato che smantellano i vecchi miti rivoluzionari.

I paesi del blocco occidentale si normalizzano internamente dal punto di vista sociale e politico, snidando gli ultimi scampoli di dissenso e di contestazione, preparandosi allo scontro finale della guerra fredda e alla nuova era “reaganiana”.

La musica

Il mondo giovanile è anch’esso a un bivio, la parte più combattiva nelle praterie in fiamme del ‘77 ha smantellato con l’esplosione punk la vecchia guardia rockettara, ormai completamente risucchiata nelle logiche commerciali, nel tentativo di riportare il genere musicale più emblematico della controcultura ai livelli viscerali delle origini ma la grande massa delle nuove generazioni è sempre più attratta dai modelli di intrattenimento spensierato della disco music e delle forme di aggregazione delle discoteche.

La scena è, come in tutti i momenti di transizione, molto eterogenea, coesistono elementi degli anni ’70 e le nuove tendenze che caratterizzeranno il decennio successivo.
I vecchi protagonisti del rock degli anni precedenti sono ancora in grado di realizzare dischi memorabili, i linguaggi del post-punk stanno definendo il lessico di nuovi generi, dal synth-pop al dark, e la musica da ballo ha assunto dimensioni di massa imponendo i suoni della disco-music, del soul, del funky.

È l’anno in cui il primo singolo rap della storia, “Rapper’s Delight”, della Sugarhill Gang si piazza nei primi 40 posti della classifica di Billboard, l’inizio di una rivoluzione che sconvolgerà per decenni il mondo della “popular music” globale. Si delineano cambiamenti e mutazioni anche nei generi più colti, come il jazz, dove sta per esplodere il fenomeno commerciale della “fusion”.

Siamo in uno dei momenti d’oro dell’industria discografica in grado di produrre milioni di copie segmentando il pubblico attraverso i nuovi generi e moltiplicando i profitti.
Nelle classifiche di vendita riusciranno a coesistere i personaggi più disparati, emblematici delle nuove tribù urbane nelle quali va disponendosi il pubblico giovanile.
Il rock assorbe elementi dei generi dominanti, lo stesso groove della “disco” e del funk-soul converge nel sound di alcuni gruppi emblematici come i Pink Floyd o i Kiss.
Il suono elettronico inizia a permeare gli arrangiamenti delle produzioni commerciali e della new wave.

La fruizione collettiva della musica è ormai cambiata e il suo consumo passa sempre di più dalla dimensione di ascolto a quella della danza, e dalla dimensione collettiva a quella intimista e individuale, dal risveglio delle coscienze alla loro distrazione all’insegna della spensieratezza.
Che il ritmo stia per diventare uno degli assi portanti della “popular music” lo manifestano anche i nuovi suoni della new wave, dal reggae, dello ska, e dei poliritmi africani adottati da gruppi come i Talking Heads.

In Italia, si propone un nuovo paradigma legato alla musica d’ascolto, quello dei “cantautori”, un genere-non genere che raccoglie di tutto e di più e che nello stivale indica autori di un pop-rock canzonettistico ma con una maggiore attenzione ai testi, rispetto all’interprete di “musica leggera” tradizionale italiano.
In questo scenario magmatico le varie tendenze si mescolano o divergono verso nuove direttrici.
Ma la musica riesce a raccontare alcune delle suggestioni di quel periodo, coglie i cambiamenti in atto, mostrando una cultura di massa divisa e variegata.

1. Pink Floyd – The Wall

E’ l’ultimo grande capolavoro dei Pink Floyd, e in generale dei grandi gruppi anni 70. Un grande concept, un’opera rock complessa con vari livelli di lettura, nel quale convergono critica sociale e introspezione personale.
Le trame testuali di The Wall sono forse il lavoro più complesso scritto da un gruppo rock, che per la prima volta progetta un’opera transmediale, che coinvolge diverse discipline espressive, dalla canzone allo sviluppo di una iconografia originale, dalla messa in scena teatrale multimediale fino ad un film musicale con una regia visionaria.
Roger Waters riesce a trasferire i Pink Floyd oltre gli anni ‘70 con un lavoro che verrà riproposto più volte fino al secolo successivo.

Il sound ruvido e acido di “Animals” prende nuove direzioni riuscendo a contaminarsi coi ritmi della dance e nuovi dimensioni visionarie, malgrado la complessità del progetto “The Wall” avrà un successo immediato. I Pink Floyd si sganciano dal clichè di gruppo psichedelico, autori della colonna sonora lisergica degli anni ‘70, per ricomporre gli elementi del loro stile all’interno delle dinamiche formali del nuovo rock. L’identità sonora del gruppo abbandona le strutture dilatate di “Animals” e di “Wish you Were Here” ri-materializzandosi dentro una serie di brani di durata più breve ma collegati da un unico filo conduttore, un processo evolutivo che riesce soltanto a pochi gruppi del rock storico.

2. The Clash – London Calling

I Clash realizzano il primo grande tentativo di un gruppo esploso con l’ondata punk inglese di realizzare una sintesi fra i vari stili che pervadono il nuovo underground militante giovanile su un tema portante incarnato dall’immaginario delle periferie multirazziali londinesi.
Il disco dei Clash esplode e ricompone l’estetica del punk in innumerevoli possibili percorsi, intrisi di elementi formali di rockabilly, reggae, dub, ska, country, rhythm and blues e jazz.
Una miscela che tenta di connettere le molteplici identità sonore delle culture metropolitane del periodo e che verrà espanda sul successivo triplo “Sandinista”.

Per la prima volta un gruppo della nuova generazione dimostra la capacità di realizzare un affresco sonoro di questa portata, e malgrado tutto si avrà la sensazione che i Clash abbiano abbandonato il punk.
In realtà il quartetto ha utilizzato lo sguardo del punk per rileggere altri generi musicali “underground” attraverso una visione unica e uniforme.
Un’operazione ambiziosa che mostrerà i propri limiti successivamente ma che in “London Calling” è perfettamente riuscita generando un vero e proprio filone.

3. Joy Division – Unknow Pleasures

Uscito nel giugno del 1979 è l’album di debutto dei Joy Division. La copertina di Peter Saville, co-fondatore della Factory Records, avveniristica e minimalista, è fra le più famose della storia del rock e raffigura l’andamento grafico delle onde elettromagnetiche emesse dalla stella pulsar CP 1919.

Il disco divenne un punto di riferimento della scena new wave e in particolare del dark e del gothic rock grazie al carisma e allo spessore di Ian Curtis ma anche alla produzione di Martin Hannett che ha contribuito non ad esaltare il suono essenziale e scuro della band in fase di mix.
E’ l’unico album dei Joy Division ad uscire mentre Ian Curtis è ancora in vita, il suo suono scarno e lacerante rappresenta il passaggio fra i canoni estetici del punk e la sua evoluzione verso il dark.

Ad un ascolto attento delle registrazioni emerge l’attenzione maniacale ai dettagli, al posizionamento spaziale dei suoni, al ruolo determinante di ogni singolo strumento alla definizione di un sound originale a supporto della crudezza decadente della voce.
Lo spartiacque epocale col punk è anche in questa definizione sonora che parte dall’accuratezza del sound di ogni singolo strumento e arriva alla scrittura drammatica e disperata di Ian Curtis. Una delle punte massime raggiunte dal nuovo rock nato dopo il punk.

4. Neil Young – Rust Never Sleeps – Live Rust

Il grande cantautore canadese, tra i protagonisti dell’epopea del folk-rock americano coi Buffalo Springfield, poi del west-coast sound con Crosby Stills Nash &Young sul palco di Woodstock, capace di creare un capolavoro che negli anni ‘70 era riuscito ad entrare in ogni casa, “Harvest”(1973), colpisce nuovamente con due album nello stesso anno in cui alla dimensione acustica classica si affiancano le distorsioni ossessive dei fuzz dei Crazy Horse.
L’approccio spontaneista dell’esecuzione musicale ha sempre caratterizzato il lavoro del cantautore canadese e in questo scorcio finale di anni ’70 sembra aderire ai canoni estetici del punk.

Il dualismo del suo percorso si manifesta nelle due versioni di “Hey Hey, My My (Out of the Blue)” e “My My, Hey Hey (Into the Black)”, la direzione claustrofobica delle distorsioni dei brani elettrici, ben si colloca nella sporcizia primordiale del punk e anticipa di un decennio la futura strada grunge del rock americano. Uno dei versi della canzone venne ritrovato nella lettera d’addio di Kurt Cobain nel 1994 contribuendo non poco alla notorietà del brano negli anni successivi.

Neil Young si incammina nei decenni successivi riuscendo ad elaborare un suono attuale, una rilettura visionaria dei suoi classici, la volontà ostinata di proseguire il suo percorso espressa proprio nei suoi versi: “Hey, hey, my, my, Rock and roll can never die”…. Lo stesso anno Neil Young sforna il doppio live “Live Rust” in cui, con lo stesso dualismo, ripropone brani classici e nuovi del suo storico repertorio.

5. Supertramp – Breakfast in America

Dopo “Rumors” (dei Fleetwood Mac), questo album incarna le nuove direzioni commerciali che il rock può intraprendere all’interno del mercato della musica del nuovo decennio ormai alle porte.
Scrollatesi di dosso le velleità “prog-rock” e le complicazioni formali dei dischi precedenti i Supertramp individuano il nuovo perimetro nel quale si dovranno muovere le produzioni “pop” per ottenere un successo planetario.

La produzione accuratissima, la perfezione (per l’epoca) del mixing, l’equilibrio fra parti vocali e interventi strumentali, la scelta oculata dei timbri (il pianoforte elettrico Wurlitzer), la scrittura melodica ricercata ma senza troppe complicazioni, permette al prodotto di raggiungere strati di pubblico eterogenei, dallo zoccolo duro dei fan del rock ai nuovi ascoltatori delle musiche da ballo e delle radio FM.

Il successo di questo disco sarà irripetibile per i Supertramp che annulleranno sè stessi e la loro stessa storia attorno a “Breakfast in America”.
Un disco dagli equilibri straordinari, che, pur essendo opera di una band britannica, a partire dalla copertina mostra il volto della nuova America, quella che vuole ritrovarsi attorno ai tavolini dei fast food e non nei campi assolati di Woodstock.

Ma il risultato musicale riesce ad essere straordinario malgrado il messaggio normalizzatore, il dualismo vocale e il lavoro di scrittura di Rick Davies e Roger Hodgson risulteranno vincenti divenendo uno dei punti di riferimento del pop degli anni successivi.

6. Bob Marley – Survival

E’ uno dei capolavori del grande autore giamaicano, che in quegli anni sta attirando l’attenzione sia del pubblico europeo ed americano che di quello terzomondiale, riuscendo a sopravvivere alla fine del decennio in una ascesa che non riuscirà ad essere arrestata nemmeno dalla sua morte che lo incarnerà come mito.
Il suo disco più politico, manifesto dell’identità africana, dell’unità dei popoli del continente evocati dalle 48 bandiere africane e dall’inno anticolonialista “Zimbabwe”.
Marley sta diventando un simbolo sovranazionale delle culture alternative e imporrà il reggae come uno dei nuovi riferimenti sonori dell’underground per i decenni successivi.
Anche musicalmente è un disco maturo a partire dalla scrittura e dagli arrangiamenti, dove l’equilibrio fra la solidissima e micidiale sezione ritmica dei Wailers (Carlton e Aston Barrett) si incastra con la composizione variegata e geniale del leader.

7. The Police – Reggatta de Blanc

Dopo il micidiale “Outlandos d’Amour” dove la ricetta fra i suoni grezzi del post-punk e il groove del reggae aveva permesso al terzetto di raggiungere l’attenzione del pubblico e della stampa internazionale, questo album incorona la band britannica tra i grandi gruppi della nuova scena rock globale. Il suono innovativo dei Police deriva dall’incastro fra i giochi ritmici della batteria di Stewart Copeland, i suoni aperti della chitarra di Andy Summers, il bassismo reggaeggiante e la vocalità originale di Sting.
Le tessiture sono semplici e i sottili intrecci fra gli arpeggi di chitarra e i movimenti della ritmica sono sufficienti a creare un’intelaiatura originalissima per brani che entreranno nell’immaginario collettivo come “Message in a Bottle”, “Bring on the Night” o “Walking on the Moon”.

Ognuno dei membri del trio riesce a determinare un elemento dell’originalità del sound del gruppo senza ricorrere al tecnicismo che aveva caratterizzato il rock-prog e il jazz-rock degli anni precedenti.
I Police sono l’esemplificazione di un’abilità strumentale che riesce a sviluppare un linguaggio restando discreta e sfruttando in modo sofisticato e intelligente le connessioni fra generi musicali diversi.

Stewart Copeland sarà tra i primi batteristi ad integrarsi con le possibilità espressive del delay, utilizzando l’effettistica per generare personali raddoppi sui colpi percussivi. Il ruolo di Andy Summers sfrutterà le atmosfere e le aperture timbriche del chorus e dei reverberi e la voce di Sting, in connubio coi movimenti ritmico melodici del basso, intercetterà le suggestioni africaneggianti del reggae.

Disco praticamente autofinanziato espressione di una new-wave capace di stravolgere le logiche delle case discografiche tradizionali, proponendo un prodotto innovativo ma di successo planetario.

8. Throbbling Ghristle – 20 Jazz Funk Greats

Come avvenuto per I Velvet Underground più di dieci anni prima, un disco nato nel sottobosco underground contiene I germi dei cambiamenti estetici e formali dei decenni successivi.
Il quartetto britannico, composto da sperimentatori e performer guidato da Genesis P.Orridge, al terzo album, realizza il prontuario lessicale della musica industriale e noise dando avvio a un genere che si espanderà trasversalmente nei decenni successivi in cui post-punk, avanguardie storiche, musica concreta, kraut-rock confluiscono in un nuovo paradigma stilistico.

L’elettronica, unita al suono astratto degli strumenti, a voci stranianti, a dissonanze visionarie, alla struttura sbilenca dei brani, in un quadro sonoro scuro e rumorista definisce i parametri delle musiche elettroniche e sperimentali del futuro.
I Throbbling Ghristle anticipano l’entrata in campo degli Einstürzende Neubauten creando un vero e proprio nuovo genere che risulta un elemento completamente alieno all’interno del decennio. Una pietra miliare immancabile una rivoluzione del linguaggio.

9. Weather Report – 8.30

E’ l’apice del percorso creativo del jazz rock degli anni ‘70 che è ormai divenuto prodotto di massa ed è pronto ad adeguarsi alle logiche del business discografico tramutandosi nel jazz-pop patinato che verrà chiamato “fusion”.
I Weather Report, figli della rivoluzione del jazz elettrico Davisiano, contemplano al loro interno due esponenti di rilievo delle formazioni del trombettista, Joe Zawinul e Wayne Shorter.

Entrambi raffinati compositori, Shorter è stato, l’elemento che, nel secondo quintetto di Davis, ha rimpiazzato John Coltrane, è quindi una figura centrale del jazz degli anni ‘60.
Ma il grande interesse fermentato attorno al gruppo è dovuto anche a colui che nel mondo del basso elettrico ha rivestito lo stesso ruolo rivoluzionario e innovativo di Hendrix sulla chitarra: Jaco Pastorius. Il disco, per tre quarti è dal vivo, presenta uno dei migliori line-up della band, completata dal poliedrico batterista Peter Erskine, e vi si trovano alcuni delle più importanti composizioni del gruppo a partire dall’hit “Birdland”.

Anche i brani realizzati precedentemente all’ingresso del bassista (1976) prendono nuova vita grazie allo straordinario contributo di Pastorius che con “Slang”, realizzato in solitaria, appunta alcune delle innovazioni più significative introdotte sul basso elettrico durante il decennio e che negli anni successivi influenzeranno lo studio e lo sviluppo di questo strumento.

10. 1979 – il Concerto: Omaggio a Demetrio Stratos

E’ la registrazione del concerto tenuto all’Arena Civica di Milano il 14 giugno 1979 ultimo capitolo del percorso di un rock alternativo italiano cresciuto dentro ai festival del Re Nudo e a Parco Lambro e che si dissolverà di li a poco.
L’illusione di un mondo giovanile che aveva creduto di poter sviluppare una propria cultura autonoma e alternativa alle proposte disimpegnate e sbiadite del sistema culturale dei Castrocaro, dei San Remo e delle Canzonissime è al suo canto del cigno. L’evento rappresenta con lucidità la scena italiana di quel periodo.

Questo grande raduno che si proponeva di raccogliere i fondi per curare la malattia uno dei suo esponenti, il cantante degli Area Demetrio Stratos, uno dei più grandi sperimentatori vocali europei dell’ultimo secolo, giunge il giorno dopo la morte dell’artista.
Sul palco si raccolgono ancora una volta i grandi protagonisti degli anni ’70 italiani, increduli e addolorati, come il pubblico, e si svolge un tributo a questa figura straordinaria.

Si succedono esponenti della canzone d’autore come Eugenio Finardi, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, Alberto Camerini, Roberto Vecchioni, Antonello Venditti e musicisti del jazz e del blues come Roberto Ciotti e Gaetano Liguori, alcuni grandi vecchi del prog come gli Area, Venegoni & Co e il Banco del Mutuo Soccorso e del nuovo punk come gli Skiantos o i Kaos Rock, dagli sperimentatori radicali come Giancarlo Cardini ai gruppi del folk contaminato come Carnascialia.

Nella versione video del 2009 compariranno anche gli interventi della Premiata Forneria Marconi.
Un concerto che racconta la fine di un’epoca, tra riflusso, eroina, fughe in oriente e rivoluzioni perdute.

11. Talking Heads – Fear of Music

Uno dei capolavori della new wave, dove minimalismo, musica Africana, elettronica, funk convergono a delineare nuove direzioni sonore sotto la sapiente produzione di uno dei geni della musica tecnologica, Brian Eno.

Il gruppo, sotto la supervisione del produttore, evolve il suo linguaggio attraverso una commistione fra i generi unica per il periodo.
“Fear of Music” è infatti un disco dal potenziale innovativo dirompente e in questa fase il gruppo di Byrne rappresenta uno dei laboratori nei quali si delineano gli sviluppi della musica innovativa degli anni successivi.

Gli intrecci poliritmici della sezione ritmica e delle chitarre rivoluzionano i parametri lessicali del rock, grazie anche a presenze eccelse come Robert Fripp (King Crimson) su “I Zimbra” dove gli intrecci ritmici e minimalisti delle chitarre anticipano le sperimentazioni di “Discipline”.

In tutti i brani emerge una vocazione ritmica, che anziché adeguarsi al ritmo dominante della “disco-music”, privilegia la poliritmia africana, enfatizzata da un uso della chitarra ritmico che tiene conto dell’afro-beat nigeriano. La collaborazione con Eno maturerà nel dico successivo, “Remain in Light”.

12. Frank Zappa – Sheik Yerbouti /Joe Garage’s

Zappa riesce a piazzare in questa fase irrequieta alcuni dei suoi dischi più popolari, punti di riferimento del rock in quella fase di mutazione in cui, ancora una volta, il linguaggio musicale contemporaneo riesce ad essere smontato e ricomposto dentro un lessico originale.

Zappa realizza “Sheik Yerbouti” sfruttando abilmente le possibilità tecniche dello studio di registrazione dove monta, smonta e reincide materiale del vivo e in studio. Il titolo è la parafrasi del successo disco di KC and the Sunshine Band “Shake Your Booty” del 1976, e maneggiando differenti linguaggi sono proprio i modelli proposti dalla disco-music l’oggetto della dissacrazione satirica di Zappa.

La band di Zappa si avvale di uno dei cantanti chitarristi più innovativi del periodo, Adrian Belew, e contiene alcuni dei suoi brani più noti come “City of the Tiny Lies”, “Dancin’ Fool” e “Baby Snakes” e apre le porte al capolavoro concept successivo triplo “Joe’s Garage”.
Questi lavori rappresentano l’apice di un percorso, intrapreso da Zappa anni prima, ispirato anche dalla comicità dissacrante di Lenny Bruce, in cui musica e satira convergono in un complesso equilibrio dove l’importanza dei testi diviene essenziale alla comprensione della visione del compositore.

Lo stesso anno darà la luce anche al live di brani orchestrali “Orchestral Favorites” e all’album di brani registrati negli anni precedenti “Sleep Dirt”.

13. Chic – Risque

E’ uno dei dischi più influenti del periodo a livello di musica dance. La band ruota attorno alla figura geniale del chitarrista-produttore Nile Rodgers e al bassista Bernard Edwards.
Nile Rodgers sarà uno dei produttori più prolifici degli ultimi decenni, e il suo stile chitarristico incentrato su una grande padronanza ritmica e un caratteristico suono di Stratocaster sarà il marchio di fabbrica di innumerevoli successi.

L’album contiene uno dei più grandi successi del gruppo, “Good Times”, e imporrà nella musica per dancefloor un funk essenziale, incentrato su giri d’accordi con la capacità evocativa del riff, sui quali si sviluppano melodie semplici e cicliche. Perfino il primo hit del nascente rap “Rapper’s Delight” della Sugarhill Gang sfrutterà un riff di chitarra di “Good Times”.

La capacità di Rodger di adeguare le sue idee a diversi generi e a differenti momenti storici ne fa ancora oggi uno dei produttori più rilevanti della scena musicale.

14. Kiss – Dynasty

I Kiss entrano a gamba tesa nel momento di massimo espansione della “disco” e si impongono come gruppo trasversale ai generi, travalicando l’hard rock di cui sembravano alfieri e divenendo definitivamente icone della cultura pop, senza però perdere di credibilità.

Tutto l’armamentario visuale, dai costumi alle messe in scena spettacolari, dai fumetti alle action-figures, creati attorno al gruppo di Gene Simmons si materializzano nell’immaginario delle nuove generazioni e del pubblico delle discoteche.

I Kiss si inoltrano nel nuovo decennio piazzando uno dei loro più grandi successi di sempre “I Was Made for Loving You”, pezzone dal ritornello rhythm and blues su groove “disco”, che sbancherà le classifiche diventando contemporaneamente anche un classico della storia del rock, segno che ormai i Kiss sono diventati una band di portata universale e transmediale.

15. Human League – Reproduction

Uno dei dischi seminali del synth-pop inglese che da li a poco esploderà commercialmente come costola della new-wave.
Caratterizzato dall’uso quasi esclusivo di strumenti elettronici, il disco del due di Sheffield raccoglie la lezione dei Kraftwerk, del David Bowie periodo berlinese e di alcune delle sonorità di Giorgio Moroder.

Le ritmiche scandite dalle batterie elettroniche, l’impostazione vocale tipicamente bowiana, le linee melodiche doppiate dai sintetizzatori, pur se ancora impregnate di toni dark, delineano perfettamente il perimetro del linguaggio del nuovo genere ormai alle porte. Mentre i Throbbling Ghristle, partendo dai medesimi presupposti, disarticolano il linguaggio tradizionale del rock verso l’astrattismo rumorista, gli Human League ridefiniscono l’estetica della canzone “pop”, con venature di intrise di romanticismo-urbano e di essenzialismo post-punk.

16. Wire – 154

Altro disco chiave nel processo di trasfigurazione del post-punk verso nuove direzioni, dove l’energia dirompente del punk viene re-instradata verso una sorta di psichedelia industriale.
I Wire esplorano diverse direzioni sonore, definendo una mappa di possibili declinazioni del rock del nuovo decennio, un disco considerato una delle pietre miliari della new wave.

Predominano i toni oscuri delle chitarre, e una dimensione surreale dei suoni che sfruttano i timbri del flanger per definire le cornici di questi brani capaci di prendere direzioni formali innovative che rappresenteranno un elemento di orientamento per la darkwave e l’alternative rock degli anni successivi.

17. AC/DC – Highway To Hell

Uno dei dischi di riferimento di un intero genere musicale, l’ultimo disco del gruppo australiano che vede alla voce il compianto Bon Scott. Rappresenta l’apice del successo commerciale per il gruppo di Angus Young e contiene dei veri e propri classici della storia del rock a partire dalla title track.

La formula semplice, essenziale, consolidata del sound degli AC/DC quella in cui i riff distorti ma in realtà sempre perfettamente leggibili della Gibson SG di Angus Young supportato da una ritmica decisa e lineare di basso e batteria fanno da base alle linee vocali roche e graffianti del cantante.

Bon Scott, sostituito l’anno successivo da Brian Johnson, e Angus Young sono gli elementi chiave del sound, in particolare il chitarrista è un vero e proprio riferimento per tutta la chitarra rock, più che per l’esasperato solismo che caratterizzerà il metal degli anni successivi, per il controllo e la caratterizzazione degli interventi ritmici.

18. Led Zeppelin – In Through the Out Door

E’ l’album che conclude la carriera di uno dei gruppi più leggendari di tutta la storia del rock, che si scioglierà l’anno successivo a seguito della scomparsa di John Bonham.
Il suono del disco risente della sua genesi complicata, a causa dei problemi che attraversavano le vite dei componenti del gruppo. La presenza dello stesso Jimmy Page è limitata dai suoi problemi con l’eroina.

In questa cornice produttiva, l’apporto del bassista-tastierista John Paul Jones risulta decisivo alla definizione del suono del gruppo, che si sposta però timbricamente verso una pasta sonora caratterizzata dall’uso dei sintetizzatori, in particolare lo Yamaha GX-1 un analogico polifonico potente e ingombrante che anticipa il CS 80.

Il brano d’apertura “In The Evening” resta un grande classico del rock, sviluppato su un tipico riff di Page, essenzialissimo e scarno, come nella sua tradizione. Il suono degli Zeppelin appare nell’insieme meno graffiante e incisivo, la qualità della scrittura resta fuori discussione, ma anche l’escursione vocale di Plant è diventata meno dinamica.
Malgrado i problemi il disco contiene vari brani indimenticabili come “Fool in the Rain” e “All my Love” e lo spostamento verso un uso dei sintetizzatori così evidente contribuisce a rinnovare il suono della band.

19. Funkadelic – Uncle Jam Wants You

Undicesimo disco del gruppo fondato da George Clinton è uno dei lavori più rilevanti alla definizione del suono del rap della west-coast data la considerevole quantità di estratti e campionamenti provenienti da questo lavoro successivamente impiegati in brani hip-hop.

Il titolo fa riferimento agli slogano dello Zio Sam, tipico esempio dell’ironia che caratterizza i titoli del gruppo. Il disco è un sequel più militante del precedente “One Nation Under the Groove” uno dei manifesti del funk e nella copertina Clinton posa imitando Huey Newton delle Black Panthers sottolineando l’intenzione politica del disco. La formula sonora è quella caratteristica dei Funkadelic, una ritmica serrata incentrata sul fuoriclasse del basso Bootsy Collins e sulle basslines synth di Bernie Worrell, momenti vocali corali che rievocano la tradizione soul gospel e assoli di chitarra acidi e post-hendrixiani.

L’album contiene uno dei maggiori successi del collettivo “(Not Just) Knee Deep” e il contributo dato dai Funkadelic agli sviluppi contemporanei della musica afro-americana lo pone fra i dischi più rilevanti del periodo.

20. Terje Rypdal – Descendre

Il contributo dato allo sviluppo del linguaggio della chitarra elettrica dato da Terje Rypdal è stato rilevato soltanto successivamente. “Descende” resta uno dei suoi lavori più suggestivi dove elettronica, psichedelia, jazz-rock, musica sacra e tradizione sonora scandinava contribuiscono alla definizione di una sonorità completamente indipendente da qualsiasi classificazione. Pubblicato dall’etichetta ECM specializzata nel nuovo jazz europeo, il chitarrista è circondato da alcuni dei nuovi jazzisti della scena scandinava, Palle Mikkelborg e Jon Christiensen.

Pur essendo interno alla scena del jazz elettrico norvegese, grazie anche alla sua vicinanza al sassofonista Jan Garbarek, Rypdal è più molto vicino ai suoni saturi e distorti del rock dilatati dall’uso di lunghissimi reverberi che li trasformano in tappeti surreali con tratti violinistici. Le sue collaborazioni con improvvisatori vicini al free-jazz e alle avanguardie e le incisioni con orchestre di musica contemporanea lo hanno posto fra gli artisti più innovativi della scena nordeuropea.

21. David Bowie – Lodge

22. Joni Mitchell – Mingus

23. Patti Smith – Wave

24. Lou Reed – The Bell

25. Van Halen – Van Halen II

26. Giorgio Moroder – E=MC2

27. PIL – Metal Box

28. The Residents – Eskimo

29. Roxy Music – Manifesto

30. Ramones – It’s Alive

31. EWF – I Am

32. The Cars – Candy-O

33. Billy Joel – 52nd Street

34. Specials – The Specials

35. XTC – Drums and Wires

36. Fleetwood Mac – Tusk

37. The B-52’s – The B-52’s

38. Popol Vuh – Bruder Des Schattens, Sohne Des Lichts

39. Pere Ubu – New Picnic Time

40. The Knack – Get the Knack