Allan Holdsworth, oltre la chitarra

Le grandi innovazioni di Allan Holdsworth, il rivoluzionario della chitarra

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Il 16 aprile scorso è scomparso per attacco cardiaco il grande Allan Holdsworth, una delle leggende della chitarra contemporanea, uno dei chitarristi che ha maggiormente rivoluzionato lo strumento dopo Hendrix.

Storia

Allan Holdsworth nasce a Leeds nello Yorkshire, Inghilterra il 6 agosto del 1946, suo padre Sam appassionato di jazz lo introduce a questa musica ma la sua carriera professionale inizia con la partecipazione nel 1968 alle incisioni di “Hurdy Gurdy Man”di Donovan e prosegue con collaborazioni con alcune delle maggiori band del jazz rock europeo come i Nucleus (“Belladonna”, 1972), i Tempest di John Hiseman (1973), i Soft Machine (“Bundles”, 1974), i Gong di Pierre Moerlen (“Gazeuse”,1976 ed “Expresso II”, 1978) per poi confluire al posto di John McLaughlin nel gruppo di Tony Williams i New Lifetime (1975) e con quello di Jean Luc Ponty (“Enigmatic Ocean”, 1976).

Nel 1978 registra l’album di esordio del supergruppo UK che lascia quasi subito insieme a Bill Bruford che segue nel suo progetto solista. Dopo un decennio di collaborazioni con alcuni delle migliori formazioni degli anni 70 nel 1982 definisce la propria direzione musicale e fonda il progetto IOU col quale incide un album omonimo, nel 1983 su indicazione di Eddie Van Halen, la Warner gli produce “Road Games”, sotto l’egida di Ted Templeman, che gli permette di attirare su di sé l’attenzione della scena internazionale.

Inizia una serie di album straordinari con “Metal Fatigue” (1985), la sperimentazione con i synth di “Atavachron”(1986) seguiti da una serie ininterrotta di lavori che lo vedono al fianco dei migliori musicisti del settore: Gary Husband, Terry Bozzio, Vinnie Colaiuta, Chad Wackerman, Alan Pasqua, Pat Mastellotto, Jimmy Haslip, Steve Hunt, Frank Gambale, Gary Willis. Virgil Donati.

Lo stile

Lo stile di Holdsworth è di difficile collocazione, il termine “fusion” spesso adottato per definirne la musica è assolutamente inadeguato. La definizione “fusion” venne adottata nel corso degli anni 80 dal music business per meglio veicolare al pubblico prodotti musicali di estrazione jazz contaminati ma musicalmente molto diversi. Si andava dalle complesse improvvisazioni jazz funk di Miles Davis alle melodie ammiccanti di Dave Grusin che ambivano a raggiungere il pubblico della musica di consumo. Quindi andava a definire accostandole impropriamente delle contaminazioni del jazz molto diverse fra di loro.

Le origini della musica di Holdsworth sono da cercare nella sperimentazione elettrica di Miles Davis della fine degli anni 60, inaugurata con “In A Silent Way” (1969) e “Bitches Brew” (1970) come quella del suo omologo e collega John McLaughlin.

Stravolti dalle innovazioni timbriche di Hendrix ambedue si pongono il problema di adottare sulla chitarra un nuovo linguaggio che svincoli lo strumento dall’universo pentatonico del blues e che rappresenti un passo in avanti rispetto alla tradizione della chitarra jazz.
Ed è fuori dal mondo della chitarra che rivolgono la loro attenzione.

Non va, infatti, sottovalutata l’importanza che John Coltrane ha rivestito per la storia del jazz e della musica occidentale. Il sassofonista, esplorate le possibilità improvvisative sulle strutture tonali con capolavori quali “Giant Steps” del 1959 si era rivolto alle strutture modali per realizzare dischi che alimentavano l’interesse di tutti i giovani musicisti come il leggendario “A Love Supreme” del 1964.

In quella fase la critica conia il termine “sheets of sound” (cortine di suono) per definire il fraseggio vorticoso di John Coltrane.
Il jazzista afroamericano è il modello sassofonistico che ispira i giovani McLaughlin ed Holdsworth che ne assimilano le idee trasferendole alle possibili diteggiature della chitarra.

Mentre il primo concentra il suo stile su una tecnica di mano destra in cui ad ogni plettrata impressa ad una corda corrisponde una nota, suonando grappoli ritmici di note cromatiche secondo gli schemi delle tabla indiane, Allan Holdsworth espande il movimento della mano sinistra lungo la tastiera inseguendo intervalli sempre più larghi utilizzando la tecnica del legato in una concezione quasi violinistica.

Questa verticalizzazione della tastiera costringerà alcuni dei suoi emuli, come Edward Van Halen,  ad utilizzare ambedue le mani per ottenere risultati simili, sviluppando la tecnica del tapping.
Nel fraseggio di Holdsworth inoltre, ispirato dal modello fiatistico, l’attacco delle note è leggero, le corde sono colpite dal plettro occasionalmente e il flusso di note segue un andamento fluido.

Che Holsdworth sia stato in realtà interessato agli strumenti a fiato e che abbia optato per quelli a corde per forza maggiore non è un mistero come emerge dalle sue stesse dichiarazioni riportate sulle note di un VHS del 1992:
““I never really wanted to play the guitar. I don’t really like the guitar; for me. I love to hear other people play the guitar of course, but it’s just that; it wasn’t the instrument that I think I would have chosen. If I had been given a saxophone earlier for example, I would have much preferred that.”

Il falso tecnicismo

Una delle, infondate, accuse di “tecnicismo” verte sulla difficile fruibilità della musica di Holdsworth. In realtà il chitarrista inglese ha sempre evitato di proporre la sua tecnica magistrale all’interno di schemi musicali meramente “muscolari” ma l’ha messa al servizio della personale ricerca di nuovi schemi armonici e melodici.

Il suo lavoro è paragonabile a quello dello stesso Coltrane o di Charlie Parker dove una grande abilità tecnica è stata messa al servizio dell’innovazione della musica. Sarebbe stato più semplice e meno “tecnico” utilizzarla suonando un classico del rock o del blues, ma l’investigazione di Holdsworth non è stata soltanto fisica, nel mero rapporto dita-corde, uomo-strumento, ma è stata la ricerca di nuove direzioni della musica suonabile attraverso una chitarra.

L’atteggiamento di Holdsworth è stato sempre quello di un atipico anti-eroe dello strumento. Mentre nell’immaginario collettivo la figura del chitarrista è centrale all’interno dell’azione scenografica del rock, la posizione di Holdsworth all’interno del palcoscenico è sempre stata funzionale alla sola esecuzione musicale, senza concessioni visive al pubblico.
Questo suo modo di apparire abbinato all’insofferenza per il music business lo ha penalizzato anche economicamente per tutta la sua carriera.

Gli anni 80

All’inizio degli anni 80, quando inizia la sua produzione solistica Holdsworth mette quindi a punto la sua personale definizione di jazz.
La forma delle composizioni adotta schemi innovativi, utilizza armonie basate su accordi atipici, strutture disimmetriche basate su tempi dispari che cambiano all’interno dello stesso brano, esplorazione di modelli matematici per definire scale e accordi e anche l’improvvisazione adotta modelli che rendono la musica del chitarrista unica.

La sua ricerca non verte soltanto sulla velocità esecutiva, ma tende a definire un proprio modello teorico.
Le melodie dei brani seguono successioni armoniche nella concezione riformulata dal chitarrista.
Il suono delle chitarre pulite è nitido ed arricchito di chorus e reverberi, il suono distorto è sottile e medioso come quello di uno strumento ad arco.

Attratto dalle possibilità dei sintetizzatori nel 1986 adotta il controller MIDI SynthAxe che, evitando i ritardi e gli errori di trasduzione dei sistemi Roland, permette anche uno strumentista che adotta la tecnica del legato di pilotare suoni elettronici.
Già nei primi anni 80, dopo le dichiarazioni di Eddie Van Halen su “Guitar Player Magazine” e “Guitar World” la figura di Holdsworth diviene di riferimento per le nuove generazioni di chitarristi rock e jazz fusion. Le nuove tecniche che lo stesso Van Halen stava proponendo trovarono un ispiratore, un punto di riferimento proprio in Holdsworth.

Il merito del chitarrista inglese è stato quello di aver infranto i limiti che la chitarra elettrica sembrava aver avuto, parificandola alle possibilità esecutive ed inventive di altri strumenti. Un’operazione che effettuano in pochi, senza dubbio John McLaughlin con il suo interesse per i pattern ritmici della musica classica indiana e per la comune passione per Coltrane.

La moltitudine dei chitarristi adotta normalmente come proprio riferimento altri chitarristi, e apprende tecniche e modelli espressivi attraverso una visione tradizionale.
La ricerca di Holdsworth partendo invece da una musicalità che riproduce i movimenti fluidi e scorrevoli degli strumenti a fiato e la visione orizzontale del pianoforte nel pensiero armonico sovverte completamente il flusso evolutivo della chitarra.

La grande considerazione che Holdsworth ha fra i suoi colleghi nasce proprio da questa consapevolezza e dal fatto che il chitarrista inglese oltre ad una serie di innovazioni tecniche ha introdotto dei nuovi approcci teorici.
Holdsworth ha creato un nuovo ecosistema musicale che va oltre lo strumento e consiste in un approccio innovativo alla teoria e all’armonia, un risultato raggiunto davvero da pochi, un sentiero ancora da percorrere.

Alex Marenga