20 dischi essenziali del 1969 cinquanta anni fa la musica

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A distanza di 50 anni guardare agli anni ‘60 è come osservare un pianeta alieno o un continente inesplorato. Si tratta di uno dei tipici casi in cui la distanza temporale è equiparabile a quella fisica, rende un mondo incomprensibile con i parametri a nostra disposizione.

Il mondo e i giovani nel 1969

Gli anni ‘60 e ‘70 del XX secolo sono stati una delle fasi di maggiore creatività e fermento dal secondo dopoguerra, ma sono state anche le condizioni storiche a determinarlo.
Importanti mutazioni generate dalle innovazioni tecniche applicate alle società sviluppate, da un lato, e il risveglio del terzo e quarto mondo, dall’altro, sono avvenuti contemporaneamente scatenando una serie intrecciata di stravolgimenti degli assetti sociali e politici, dei costumi e delle culture.

Questa inquietudine, questa instabilità globale hanno prodotto anche una contro-cultura manifestazione spontanea di nuovi soggetti sociali in conflitto con il modello dominante imposto dal capitalismo post-bellico.

Nel mondo occidentale i conflitti sociali e culturali trovano parte della propria espressione nella nuova cultura popolare che, pur se inquadrata nei meccanismi produttivi dell’economia capitalista, riesce a determinare un proprio percorso autonomo e a tratti egemone fino al momento in cui il riflusso e la normalizzazione riportano all’ordine i soggetti sociali insubordinati ridimensionando i conflitti a incidenti marginali.

La cosiddetta “musica pop” è quindi espressione delle masse giovanili del mondo industriale che in quegli anni si scontrano con un establishment che le vorrebbe carne da macello nel Vietnam e forza lavoro subalterna nei grandi comprensori industriali delle grandi metropoli.

I giovani, a partire dal dopoguerra, si sono trasformati in qualcosa di autonomo: sia in un soggetto sociale che in un segmento di mercato.
Sono, a loro volta, divisi dall’appartenenza sociale che ne delimita il potere d’acquisto ma è dagli anni ’50 che l’industria di massa si rivolge a loro con proposte che riguardano l’intrattenimento, la moda, la musica.
Il fenomeno identitario del mondo giovanile si accentua negli anni ’60 e sfugge alle sole logiche di consumo rientrando nel conflitto sociale, tirato in ballo dalla leva obbligatoria per il Vietnam, dall’emigrazione interna verso le aree industrializzate, dalla repressione della cultura familista macro-cristiana, dalla rigidità del sistema educativo, da una serie di nuovi modelli di vita a cui aspirare proposti attraverso cinema e riviste che si rivelano però irraggiungibili.
Contemporaneamente nei grandi ghetti delle metropoli statunitensi lo scontro razziale assume dimensioni sempre maggiori e si accompagna a una nuova percezione dei fattori scatenanti il sistema di segregazione.

Queste contraddizioni esplodono nel pieno della Guerra Fredda, mentre l’URSS e gli Stati Uniti si affrontano militarmente sui campi di battaglia delle guerre di liberazione anticoloniali di mezzo mondo, dall’America Latina al Sud-Est Asiatico, e mentre i loro sistemi industriali sono nel pieno di una crescita dettata dalla corsa agli armamenti.

Le musiche del 1969

La musica di quegli anni e i suoi autori sono quindi espressione di un mondo variegato nel quale coesistono vari gruppi culturali ed è in grado di rievocare l’atmosfera di quel periodo.
Emerge la tendenza evolutiva della “popular music” basata sulla contaminazione con stili e tendenze diverse ed è evidente che si è innanzi a una transizione.

Il 1969 è l’anno di Woodstock, l’apice del movimento hippie e delle controculture freak e anche il momento in cui quel modello di alternativa mistico-idealista entra in crisi, incapace di dare risposte alle urgenze imposte dall’escalation dell’intervento militare in Indocina, alla violenza della repressione nei campus universitari e all’esplosione del conflitto razziale nei ghetti afro-americani.
La psichedelia e i suoi ideali di miglioramento universale dell’uomo prodotti dalla nuova consapevolezza indotta dalle droghe allucinogene e dalle nuove spiritualità è al suo tramonto, le sostanze stupefacenti divengono rifugio di una generazione sempre più in fuga da una realtà contraddittoria e conflittuale.

Il 1969 è sostanzialmente l’anno cerniera fra i decenni chiude, insieme alla carriera dei Beatles, la fase dell’adolescenza sonora del rock per condurlo alla maturità creativa degli anni ‘70.

Mentre “Ummagumma” segna uno degli ultimi capitoli sognanti della musica lisergica cercando nuove direzioni, l’ignorato disco dei “The Stooges” di Iggy Pop getta le basi per il futuro del punk.

Miles Davis e Tony Williams avviano la contaminazione fra rock e jazz che inaugura la fase del jazz-rock e poi della fusion, Carlos Santana riesce a far coesistere la musica centro-americana col blues rock creando il “latin rock”, gli Who si spingono verso una costruzione narrativa vicina alla rappresentazione teatrale e al musical dando vita alla prima “opera rock”, i Led Zeppelin stravolgono i classici del blues dando forma alla natura “hard“ del rock, Zappa mescola elementi di jazz, rock, musica contemporanea, i King Crimson realizzano il primo album del “progressive rock”.

Ma questo fermento è trasversale, l’impegno politico attraversa i giovani protagonisti del free-jazz che realizzano uno dei capolavori del genere con la “Liberation Music Orchestra”, Terry Riley sperimenta nuove forme ritmico melodiche di contrappunto elettro-acustico che influenzeranno generazioni di musicisti con “A Rainbow in Curved Air”, un oscuro gruppo tedesco reduce delle comuni freak-anarcoidi della Germania Occidentale, gli Amon Duul II, getta le basi per un movimento che avrà una risonanza mondiale, il rock-cosmico o krautrock.

I Rolling Stones raccontano l’opposizione alla guerra con “Gimme Shelter” nell’album “Lei it Bleed” che segna l’ingresso del nuovo chitarrista Mick Taylor in sostituzione di Brian Jones. Anche “Volunteers” è contro la guerra e i Jefferson Airplane sono nel pieno della loro maturità produttiva e ci regalano anche una magnifica “Wooden Ships” contenuta anche nel lavoro dei Crosby Stills and Nash dello stesso anno, ambedue le versioni sono da ritenersi originali, il brano fu composto da Crosby-Kantner-Stills, quindi da membri dei ambedue gli ensemble.

Ma l’innovazione di quell’anno si esprime anche nel lavoro sognante e emblematico di David Bowie, “Space Oddity” diverrà una ballata psichedelica senza tempo. Isaac Hayes realizza il suo secondo album, “Hot Buttered Soul”, che imprimerà anche al soul al funk la tendenza alla dilatazione delle strutture verso brani sempre più lunghi.

Ma il 1969 è anche l’anno di due brani controversi.

Frank Sinatra incide quello che resta uno dei suoi brani più emblematici: “My Way”. La canzone ha una struttura ciclica in crescendo ed era stata originariamente incisa con il titolo “Comme d’Habitude” in Francia nel 1967 da Claude François. Paul Anka ne acquisì i diritti e scrisse ex-novo un testo in inglese intitolato “My Way” proponendolo a Sinatra che non ne apprezzò il contenuto, troppo esaltante lo stereotipo del “self man” americano, ma lasciandosi convincere dalla figlia Nancy la incise proprio nel 1969 portandola al successo globale. Nell’era della contestazione le classi dominanti riconoscevano nel modello incarnato dal testo cantato da Sinatra un proprio riferimento culturale.

L’irriverente e geniale cantautore francese Serge Gainsbourg incarna la rivoluzione sessuale attraverso la ballata lounge “Je t’aime…moi non plus” che per anni sarà oggetto di censure e sequestri per il suo contenuto considerato “osceno”.
Anche questa canzone era stata incisa due anni prima da Gainsbourg con Brigitte Bardot, ma i problemi coniugali dell’attrice, ne impediscono la pubblicazione. Dopo vari tentativi di trovare una nuova cantante Gainsbourg conosce l’attrice britannica Jane Birkin e con lei ne incide una nuova versione che uscirà nel 1969 e che determinerà sia il successo che la coda di polemiche.

Alex “Amptek” Marenga

I 10+10 dischi del 1969

Si è tentato attraverso dieci dischi nevralgici e altri dieci che non era possibile non elencare di raccontare le atmosfere di un anno distante 50 anni. Ci auguriamo di aver contribuito a diminuire le distanze siderali che ormai ci allontanano da quell’anno.

The Beatles – Abbey Road

E’ l’album che segna sia la fine di un decennio rivoluzionario per il ruolo che la “popular music” assume nella società industriale che lo scioglimento dei Beatles ormai nel pieno della crisi che li ha pervasi dalla morte di Brian Epstein.

L’anno successivo viene pubblicato “Let It be” una raccolta di brani registrati nel tentativo finale di tenere insieme il quartetto, ma “Abbey Road”, grazie alla tenacia di Paul McCartney e alla qualità di scrittura dei brani risulta essere uno dei dischi importanti del decennio.
Una raccolta di brani maturi, in grado di spaziare dal blues acido di “Come Together” alla ballad sofisticata di “Something”, dal funk-rock psichedelico di “I Want You” alla suite finale che anticipa le complessità compositive del rock degli anni 70.

Abbey Road” è il canto del cigno ma riesce ad essere uno dei capolavori del quartetto.

King Crimson – In The Court of The Crimson King

E’ il disco che apre la strada agli anni 70, al progressive-rock e contiene tutte le successive declinazioni del rock sperimentale e del rock sinfonico. Le contaminazioni sono innumerevoli: free jazz, musica classica, sperimentazione, noise, minimalismo convivono in una serie di brani che diverranno dei classici. I tappeti sinfonici di Mellotron di “Epitaph” e di “The Court of the Crimson King”, brani articolati con una struttura complessa bilanciata fra parti strumentali e il cantato limpido di Greg Lake sulle liriche surreali di Pete Sinfield sono il caposaldo di molto del prog-rock degli anni successivi. La sferzante distorsione di “21st Century Schizoid Man”, con al centro una parte strumentale costituita da una virtuosa costruzione compositiva e da improvvisazione libera, diviene una pietra miliare che attraversa i generi. La ballata folk di “I Talk to the Wind” si incastra con l’improvvisazione free di “Moonchild” aprendo le porte a un nuovo decennio di sperimentazione e contaminazione.

Miles Davis – In A Silent Way

“In a Silent Way” è il capitolo di apertura del nuovo corso di Miles Davis scandito l’anno successivo dal capolavoro “Bitches Brew”. Davis, ormai immerso nelle nuove possibilità lessicali del rock, chiama attorno a sé una nuova generazione di artisti nati nel nuovo ambiente sonoro elettrico.

Il rock aveva ampliamente dimostrato che l’elettrificazione era in grado di generare nuove formule linguistiche in cui si immettevano anche rumore e deformazione timbrica. Il disco contiene tre brani, la title track scritta da Joe Zawinul, che viene semplificata su un pedale di Mi, uno schema modale che caratterizza tutto il lavoro, che apre e chiude le due facciate e che trasformano il lavoro del gruppo in una successione di lunghe improvvisazioni ipnotiche.

Il disco si avvale della disinvolta produzione di Teo Macero, criticatissimo pioniere del “cut and paste” su nastro magnetico, che caratterizzerà anche i lavori successivi del trombettista.

Frank Zappa – Hot Rats

Uno dei capolavori del genio compositivo di Frank Zappa, uno dei dischi più celebri, dove convergono innumerevoli influenze. E’ la contaminazione fra i generi, fra musica “colta” e pop, fra jazz, blues, rock e musica contemporanea a caratterizzare tutta la carriera del chitarrista e “Hot Rats” rappresenta uno dei momenti più alti e riusciti di questo percorso.

Complesse strutture scritte si alternano a jam session modali e questo album contiene alcuni dei suoi brani più noti sui quali spicca “Peaches en Regalia”.

Lo stile chitarristico unico, ricco di colori e elementi lessicali originali, unito a una critica sociale dissacrante e a una scrittura musicale raffinata sono gli elementi che condensano la lunga produzione discografica del chitarrista. “Hot Rats” rappresenta anche un momento di congiunzione con l’improvvisazione e le atmosfere del jazz, elemento in comune con altre produzioni dello stesso anno, segno di un fermento unico che ha caratterizzato la fine degli anni ‘60.

Led Zeppelin I, Led Zeppelin II (Atlantic)

Il primo uscito a gennaio mentre il secondo a ottobre, rappresentano i due dischi di partenza di una delle esperienze più dirompenti degli anni 70, in grado di dare vita a un nuovo genere, l’hard rock, che nelle sue evoluzioni è sopravvissuto a vari decenni.

Il progetto nasce dall’ultima incarnazione di una delle più innovative formazioni del rock-blues psichedelico degli anni 60, gli Yardbirds, dalla quale erano nate due carriere soliste fortunatissime, quella di Jeff Beck e di Eric Clapton. In mano al session man Jimmy Page, i Led Zeppelin, riescono immediatamente a porsi come alfieri di un nuovo stadio evolutivo del blues contaminato.

E’ la tradizione del blues, infatti, il bacino al quale attinge Jimmy Page riuscendo, anziché in un’operazione meramente imitativa, a portarlo a uno stadio successivo di sviluppo grazie all’esasperazione delle distorsioni e più in generale dalle possibilità offerte dall’elettrificazione e dalla convergenza con la ballata folk anglosassone e la musica orientale.

Gli standard di Will Dixon “You Shook Me” e “I Can’t Quit You Baby” divengono spunto per una rielaborazione incentrata sulle nuove dimensioni sonore della chitarra post-hendrixiana e un modello di improvvisazione astratto. I suoni duri, i rumorismi dissonanti e i ritmi serrati di John Bonham su “Whola Lotta Love” determineranno una ricontestualizzazione totale “You Need Love” (1962) di Muddy Waters in una nuova formula sonora che costituirà l’asse portante del nuovo hard rock.

Pink Floyd – “Ummagumma”

Un album imperfetto ma che coglie la possibilità proposte dal formato “Long Playing” di sperimentare sulle forme e sulle durate della scrittura nella musica rock.

L’idea dell’album live contrapposto ad un secondo disco in studio, sarà di ispirazione anche ad altre band offrendo la possibilità di mostrare diversi aspetti creativi.

Il disco dal vivo venne registrato al Mothers Club di Birmingham il 27 aprile 1969 e al Manchester College of Commerce il 2 maggio, e contiene 4 brani di durata superiore agli 8 minuti scritti nel periodo a cavallo della defezione di Syd Barrett ed è permeato dalla sua concezione astratta di improvvisazione psichedelica e di scrittura visionaria.

L’album in studio è costituito da quattro sezioni assegnate ad ogni singolo membro del gruppo che le sviluppa in modo indipendente. Anche questa idea venne ripresa successivamente da altre band, anche se mostra una sostanziale immaturità dei quattro autori, ancora in cerca di una identità post-barrettiana, bilanciata da una ricerca disinteressata che porta in particolare sia Wright che Mason a sperimentazioni radicali che colpiranno l’attenzione e la fantasia del pubblico dell’epoca.

Ma sostanzialmente “Ummagumma” riesce a cogliere il bisogno del rock psichedelico, alla fine degli anni ’60, di spingersi in nuove direzioni e il contemporaneo desiderio del pubblico di ascoltare idee innovative capaci di rappresentare la controcultura dell’epoca.

The Who – Tommy

Settimo album degli Who è il più rappresentativo fra i tentativi effettuati negli anni ‘60 di realizzare un’opera rock coesa e narrativamente continuativa. Dal lavoro degli Who verranno realizzati un musical teatrale e un film diretto da Ken Russel, autore visionario della nuova cinematografia britannica, emblematico della cultura hippie e che godrà di una popolarità straordinaria.

L’importanza di Tommy sta fondamentalmente nel suo contributo al percorso di emancipazione del rock dalle durate brevi dei singoli a 45 giri verso una crescita sia musicale che letteraria che ne espande le possibilità linguistiche sfruttando appieno il contenitore del long playing.

L’album diede al gruppo anche l’opportunità di evolversi compositivamente sganciandosi dal clichè di gruppo legato alle bizzarrie sceniche dei suoi componenti e a brani brevi ed energici realizzando un album complesso, inciso attraverso lunghe sessioni di sovraincisioni in studio.

Santana – Santana I

E’ la prorompente immissione degli stilemi linguistici terzomondiali nell’estetica del rock e del blues, musica dominante nel panorama della popular music occidentale degli anni ‘60.

Il rock-blues attraversa le frontiere meridionali statunitensi e un immigrato messicano a San Francisco sarà protagonista della prima contaminazione culturale con i ritmi e le melodie della salsa e del folk centroamericano, appoggiandosi all’improvvisazione del jazz.

Frutto di una band rodatasi per tre anni dal vivo su lunghe improvvisazioni modali di chitarra e organo hammond sorrette dalle micidiali ritmiche latine di Mike Carabello e José Chepito Areas il disco offre brani di una sorprendente freschezza e originalità, e solo a stento riesce a proporre canzoni adatte al mercato radiofonico nel formato dei singoli tradizionali.

Il fraseggio della chitarra di Carlos Santana si ispira a John Coltrane e Miles Davis ed è caratterizzato dalle note lunghissime in feedback e da un suono pieno e gonfio, che sfrutta appieno le possibilità degli amplificatori. Il gruppo apparirà a Woodstock in una performance rimasta memorabile.

Amon Duul II – Phallus Dei

E’ il capitolo zero dell’epopea del rock tedesco che, nel decennio successivo, attraverso la contaminazione fra psichedelia, elettronica, atmosfere cosmiche e ritmi serrati saprà gettare le basi per i generi musicali del futuro.

Nati da una scissione del gruppo di improvvisazione aleatoria free-rock Amon Duul, gli Amon Duul II mantengono il mix di influenze fatte di rock psichedelico, musica orientale, improvvisazioni astratte del gruppo originario ma li convergono verso strutture dalla forma, anche se solo in parte, definita. Il cosiddetto “krautrock” adotta l’approccio più radicale della psichedelia inglese e ne sviluppa la dimensione modale, rumorista, lisergico, strumentale, sperimentale e improvvisativa dando vita a un suono autoctono capace di svilupparsi su direttrici diverse.

Le dimensioni sonore che si incrociano in “Phallus Dei” sono numerose e colgono il fermento di una Germania pervasa dalla contestazione e dalla ricerca di una nuova identità culturale distante da un passato rimosso e inaccettabile. Il risultato è un disco proiettato in avanti che esplora nuovi percorsi in un rito sonoro permeato dalla ricerca e da una sperimentazione senza limiti.

Charlie Haden – Liberation Music Orchestra

Dal primo disco di Ornette Coleman del 1958 (“Something Else!!!!”) il free-jazz riesce a cogliere l’urgenza di una manifestazione culturale che racconti il grande fermento che attraversa la comunità afro-americana tra la battaglia per i diritti civili, i fermenti rivoluzionari e la guerra del Vietnam.

Un racconto collettivo che il jazz degli anni precedenti, ormai integrato all’interno dell’establishment culturale, non è in grado di raffigurare. Il testimone viene raccolto anche dalla nuova generazione di giovani musicisti bianchi critici rispetto alla politica statunitense e spesso vicini a una visione dove libertà formale della musica e rivoluzione sociale si incontrano.

Ed è proprio in questo ambiente culturale che si sviluppa il progetto di Charlie Haden e Carla Bley che tenta di afferrare alcuni temi del patrimonio sonoro della sinistra internazionale all’interno di una rilettura corale operata attraverso un collettivo-orchestra multi-etnico che coinvolge alcuni dei grandi improvvisatori dell’epoca da Gato Barbieri a Dewey Redman, da Don Cherry ad Andrew Cyrille, da Paul Motian a Michael Mantler.

La band rielabora alcuni dei temi della guerra di Spagna, emblemi dell’internazionalismo, ad alcune composizioni originali, il risultato straordinario di queste sessioni di registrazione produce uno dei capolavori della storia del jazz.

Gli altri 10 dischi essenziali del 1969

The Stooges – The Stooges

Jefferson Airplane – Volunteers

David Bowie – Space Oddity

Crosby Stills & Nash – CSN

 Frank Sinatra – My Way

Isaac Hayes – Hot Buttered Soul

Terry Riley – A Rainbow in Curved Air

Tony Williams. Emergency!

Rolling Stones – Let it Bleed

Jane Birkin & Serge Gainsbourg – Je t’aime / Beautiful Love